da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Lug 2, 2021 | ARTICOLI
Il gioco simbolico, per la cui analisi il riferimento è lo psicologo Jean Piaget, è una fase fondamentale della vita del bambino che, a partire dai 12/15 mesi d’età, costruisce attraverso il gioco il proprio sviluppo cognitivo, sociale, affettivo. Una tappa di definizione dell’individuo che si protrae fino ai 6/7 anni.
Si tratta di una forma di gioco che, attraverso la finzione, porta il bambino a sperimentare, mettere in atto, accrescere tutte quelle abilità che lo qualificheranno come persona.
Il gioco di ruolo si evolve con lo sviluppo del bambino. Imitare i genitori, ad esempio, è la prima e più semplice forma di gioco simbolico e si sviluppa tra i 2 e i 3 anni.
In questa fase, i bambini sono interessati a tutte le attività che svolgono mamma e papà per cui li vediamo entusiasti quando sono coinvolti nelle faccende di casa, nei piccoli lavori di manutenzione casalinga o nel giardinaggio, ad esempio.
Amano spazzare i pavimenti, contribuire a riempire la lavatrice, innaffiare le piante o tentare di avvitare un bullone.
Nel metodo Montessori viene stimolata l’autonomia dei bambini anche attraverso il coinvolgimento nei piccoli lavoretti in casa. Infatti la proposta al nido o alla scuola dell’infanzia di giochi simbolici attinenti le “faccende domestiche” è uno dei capisaldi del metodo Montessori.
Spesso pensiamo che i bambini siano troppo piccoli per svolgere alcune attività che riteniamo non adatte all’età, il metodo Montessori però ci offre delle indicazioni ben precise in merito, sfatando alcuni miti che ruotano attorno al mondo dell’infanzia.
Nel grafico qui sotto vengono evidenziati i lavori adatti all’età dei bimbi secondo la Montessori, e dimostra che i bambini sono in grado di fare molto di più di quanto pensiamo! Queste attività naturalmente vengono proposte come modalità di “gioco” in relazione alle specifiche attitudini di ciascun bambino, e al suo sviluppo in base all’ età, e constateremo che i bambini, anche quelli piccoli (dai 2 anni) sono naturalmente attratti dalle attività che hanno degli obiettivi finali chiaramente definiti, inoltre amano sentirsi utili, grandi e responsabilizzati!
Chiaramente i compiti diventano via via più complessi mano a mano che si cresce. A 7 anni ad esempio, è possibile chiedere il loro aiuto con i fratellini più piccoli, a scaricare la lavastoviglie e a lavare l’auto. Possono anche cimentarsi in cucina, chiaramente sotto stretta supervisione di un adulto. E sono perfettamente in grado di cambiare le lenzuola del loro letto.
Tabella delle faccende domestiche per i bambini a seconda dell’età, secondo il metodo Montessori
PER SAPERNE DI PIU’>>
dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet, il Percorso di Specializzazione LA TEORIA DEL METODO MONTESSORI
da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Giu 8, 2021 | AREA LINGUISTICA, CORSI DI FORMAZIONE, CORSI IN HOMEPAGE, CORSI ONLINE
DRAMMATIZZAZIONE IN LINGUA INGLESE E STORYTELLING – SPECIALIZZAZIONE ALL’INGLESE EMOZIONALE
CORSO ONLINE
Sabato 11 Novembre 2023 Ore 12.30 – 16.00
12.30-13.00 Registrazione partecipanti
13.00 Inizio corso
16.00 Termine corso
Consegna Attestati ed ebook
MODALITA’ ONLINE: Non si tratta del solito corso on line sterile, ma di un’ aula virtuale interattiva dove tutti ci potremo vedere e confrontare come in presenza. È una novità in quest’ambito, ma in questo modo riusciremo a fare formazione molto simile a come se fossimo tutti presenti. Potrai farlo tranquillamente da casa, dal tuo pc o cellulare e tablet, purché abbia una videocamera e delle casse o un auricolare e ovviamente una connessione Internet.
DESTINATARI: educatrici di asilo nido, insegnanti di scuola dell’infanzia, coordinatori, laureati in scienze dell’educazione, laureati in lingue straniere, studenti, ludotecari, animatori.
RELATORE: dott.ssa Brenda Murphy, pedagogista e gestore di nido e scuola dell’infanzia bilingui montessoriani
COSTI E MODALITÁ DI PAGAMENTO: quota corso € 60,00 per partecipante (per 2 o più partecipanti €. 50 cad; agevolazioni per gruppi)
1 – Compila la FORM DI ISCRIZIONE
oppure invia un’ email all’indirizzo corsi@zeroseiplanet.it specificando:
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4 – Invia al numero Whatsapp 3291931945 o all’indirizzo email corsi@zeroseiplanet.it la ricevuta di pagamento della quota iscrizione corso
L’assegnazione dei posti disponibili avviene in ordine all’arrivo della ricevuta di pagamento. Diritto di recesso: l’utente ha diritto di recesso in qualsiasi momento. La quota di iscrizione non viene restituita per recesso successivo a tale data.
INFO: segreteria@zeroseiplanet.it tel. 329.19.31.945 rif. Stefania Pompele
da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Giu 8, 2021 | AREA LINGUISTICA, CORSI DI FORMAZIONE, CORSI IN HOMEPAGE, CORSI ONLINE
LA MUSICA, L’ARTE E L’ASCOLTO IN LINGUA INGLESE – SPECIALIZZAZIONE ALL’INGLESE EMOZIONALE
CORSO ONLINE
Sabato 11 Novembre 2023 Ore 8.30 – 12.00
8.30-9.00 Registrazione partecipanti
9.00 Inizio corso
12.00 Termine corso
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LE TEORIE DELL’APPRENDIMENTO LINGUISTICO – SPECIALIZZAZIONE ALL’INGLESE EMOZIONALE
CORSO ONLINE
Sabato 21 Ottobre 2023 Ore 12.30 – 16.00
12.30-13.00 Registrazione partecipanti
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16.00 Termine corso
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IL BILINGUISMO – APPROCCIO ALL’INGLESE EMOZIONALE
CORSO ONLINE
Sabato 21 Ottobre 2023 Ore 8.30 – 12.00
8.30-9.00 Registrazione partecipanti
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12.00 Termine corso
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da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Giu 2, 2021 | ARTICOLI
La continuità tra ambienti esterni ed interni sta diventando un’esigenza sempre più apprezzata nei servizi educativi, e una delle idee attualmente in auge è quella di attrezzare il giardino del nido e della scuola dell’infanzia con una “mud kitchen“, che letteralmente tradotta significa “cucina di fango”. Lo spunto viene infatti dal mondo anglosassone: si tratta di una cucina per il gioco simbolico dove elementi naturali come sassi, pietre, sabbia, fango, acqua ed erba sono usati dai bambini per creare il loro gioco di finzione, per mescolare, riempire, travasare, mischiare, raccogliere, raggruppare e poi separare… e poi ricominciare.
Una semplice cucina di fango fornisce ai bambini le materie prime per creare tutto ciò che possono immaginare. La cucina di fango non necessita di materiali costosi. Una buona cucina di fango è formata da materiali di recupero, oggetti reali e conosciuti dai bambini perché appartenenti alla loro realtà. Al tempo stesso è destrutturata in modo che sia sollecitata la fantasia dei bambini. Non si tratta pertanto di un’attrezzatura appositamente costruita, ma di un luogo di sperimentazione, un luogo aperto e chiuso allo steso tempo, mobile, creato con materiali di riciclo, dove gli attori protagonisti sono i bambini, la terra, l’acqua e vere pentole e padelle.
La mud kitchen include quindi elementi del gioco simbolico: attrezzature e oggetti del quotidiano, ben noti ai bambini, come caraffe, ciotole, tazze, pentole riciclate… le cucine di fango non hanno bisogno di essere ricche, bensì di essere “usate” dai bambini. Mescolare la terra, l’acqua e tutta una serie di altri elementi naturali è fondamentale nella prima infanzia, e apre infinite possibilità di approfondimenti esperienziali, che si traducono in sviluppo e apprendimento per i bambini, dai 6 mesi in su.
Come attrezzare le mud kitchen?
Tenendo presente che tutte le attrezzature devono essere poste ad altezza di bambino, possiamo fare largo uso di materiali di riciclo. Nota bene: il contributo dei bambini per la realizzazione delle cucine di fango è fondamentale!
Materiali di base:
Tavole di legno per creare i ripiani di lavoro, che devono essere abbastanza larghi e profondi e permettere a più bambini con diverso materiale di appoggiare tutto l’occorrente.
Mensole a parete ad altezza accessibile per i bambini, create con mensole d’acciaio di riciclo, tavole.
Cassette, pellet, scatoloni, vecchi contenitori per creare i “mobili” della cucina. Eventualmente anche cassettiere, armadietti di recupero.
Bacinelle capienti per creare i “lavelli” della cucina
Tavolino di riciclo o creato con materiali di scarto
Ceppi d’albero, tavole di legno su cassette, vecchi copertoni d’auto per creare le sedute
Articoli da cucina fango assortiti:
Teiere smaltate, tazze, secchi, ciotole, bacinelle, piattini pentole e padelle vere , cucchiai, mestoli, ceste e cestini…
Dove realizzare la mud kitchen? preferibilmente in prossimità delle aree adibite a sabbiera, oppure in corrispondenza di contenitori (vasi o vasche) dove i bambini possono reperire una grande quantità di sabbia e terra, anche di colori e texture diverse: sassolini, graniglia, terra bruna, terra rossa, sabbia bianca, sabbia scura, corteccia… In questo modo, avranno maggiore possibilità di scelta e sperimentazione.
L’altro elemento che dove essere a disposizione in quantità è ovviamente l’acqua: da travasare, per creare impasti, per pulire. La fonte d’acqua può essere vicina o lontana dalla mud kitchen: i bambini adorano riempire, svuotare, trasportare l’acqua con tutte le modalità possibili… alcuni anche con la bocca!
Nei pressi della mud kitchen, piantiamo essenze vegetali che i bambini possano cogliere e usare a piacimento, meglio se piante aromatiche conosciute in cucina: rosmarino, timo, salvia, basilico, che oltretutto sono aromatiche e quindi integrano la sensorialità delle sperimentazioni.
PER SAPERNE DI PIU’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per la formazione delle educatrici e delle insegnanti di scuola dell’infanzia, i corsi:
“GLI SPAZI DEI MATERIALI DESTRUTTURATI”
“IO IMPARO NELLA NATURA: ESPERIENZE DI OUTDOOR EDUCATION“
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da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Mag 31, 2021 | ARTICOLI
Il “Gioco della Sabbia” è legato al nome della psicoanalista Dora Kalff, che lo derivò dalla tecnica del “Gioco del Mondo”, ideato a Londra dalla pediatra inglese Margaret Lowenfeld per permettere al bambino di dare espressione al proprio mondo.
Dora Kalff, che era allieva di Jung, prese dunque ispirazione dal “Gioco del Mondo” e lo integrò in una visione teorica junghiana, basata sul principio analitico della presenza nella profondità dell’inconscio di una tendenza della psiche a guarirsi, e trasformò il gioco in strumento terapeutico.
La Terapia del Gioco della Sabbia elaborata da Dora Kalff è quindi una terapia specifica che aiuta il bambino a riconnettersi o rinforzare il suo nucleo naturale di personalità, ad esprimere le sue esperienze emotive profonde.
Il gioco della sabbia è non verbale nel senso che si pone l’accento sulla possibilità di esprimere, sotto forma di immagini, materiale inconscio che non può essere ancora verbalizzato.
Contenuti interni sono portati all’esterno, diventano visibili, possono essere percepiti e può essere vissuta la qualità emotiva che li accompagna.
(Dora Kalff)
Perchè la sabbia?
Perchè la sabbia è un materiale disponibile e accogliente, ha una grande attrattiva innata sia sui bambini che sugli adulti e ciò la collega al suo valore archetipico di madre terra.
Come la madre terra, infatti, la sabbia ha una notevole capacità di risposta, i segni impressi sulla sabbia rimandano a delle risposte diverse, anche in base al suo essere asciutta o bagnata.
Materiale duttile e trasformista, la sabbia può accogliere anche segni violenti e distruttivi, senza tuttavia distruggersi o scomparire.
Tutto ciò che viene creato con la sabbia svanisce, cambia forma, è soggetto alle trasformazioni provocate dal vento, dall’acqua, dai passi che la percorrono. Per tali motivi è l’emblema degli effetti del tempo e delle influenze esterne, ma, nello stesso tempo, anche della resistenza e dell’adattabilità.
Dove si applica la Terapia del Gioco della Sabbia?
La Terapia del Gioco della Sabbia, è attivabile tramite un percorso che avviene alla presenza di un terapeuta specializzato e preparato alla comprensione delle dinamiche che emergono.
E’ indicata nelle manifestazioni di disagio emotivo del bambino che sono spia di una difficoltà a crescere, a rapportarsi con il mondo e con la propria identità ancora in formazione. Ad esempio, per disagi che si manifestano in comportamenti irrequieti ed aggressivi oppure di isolamento e ritiro, relazioni difficili con i coetanei, instabilità nel gioco oppure in un approccio non costante o problematico all’apprendimento; è particolarmente valida nelle situazioni in cui le origini dei disagi risalgono a fasi preverbali dello sviluppo, come nelle difficoltà del linguaggio, dell’alimentazione, del sonno, nella tendenza ad ammalarsi ripetutamente.
E’ una risorsa preziosa in tutte quelle situazioni che sono per il bambino difficilmente pensabili o non ancora esprimibili a livello verbale, quelle traumatiche, di sofferenza per i conflitti o la separazione fra i genitori, per il distacco dalle proprie origini come nelle adozioni.
Dove e come questo avviene?
Nello «spazio libero e protetto», come la stessa Kalff definisce la sabbiera in cui si svolge appunto il gioco della sabbia. La sabbiera è in questo gioco una cassetta a forma rettangolare, in cui il bambino può esprimere contenuti, attraverso la libera collocazione di oggetti e personaggi.
Dora Kalff aveva osservato a Londra presso la pediatra inglese Lowenfeld come il Gioco del Mondo veniva proposto mettendo a disposizione dei bambini tutta una serie di strumenti da scoprire e attraverso cui esprimersi (la palestra, la pittura, il giardino e quindi anche la sabbiera, dove il bambino poteva porre oggetti e pupazzi, fornendo al terapeuta quindi un’idea della sua personalità).
Partendo da questo, Dora Kalff rielabora un approccio personale per la Terapia del Gioco della Sabbia, in cui riconosce un processo analitico nella modalità di contatto con la sabbia e con la sabbiera, nella costruzione della scena, nell’uso e scelta degli oggetti e dei personaggi, nel trattamento che il bambino riserva alla sabbia. Quindi teorizza la sua applicazione terapeutica, e il Gioco della Sabbia (“Sand play”) diventa uno strumento importante per mettere in luce il prendere forma di esperienze emotive ed istintive, veicolate dalla corporeità. Il gesto, il movimento, la mimica, la postura del corpo, non essendo vincolati dall
PER SAPERNE DI PIU’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “LA SCATOLA AZZURRA“
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da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Mag 31, 2021 | ARTICOLI
Nella seconda metà di giugno in molti nidi si programma la prima riunione (assemblea) con i genitori dei nuovi iscritti per l’anno successivo. Una buona organizzazione del nido prevede infatti che già durante il mese di maggio si siano acquisite le domande di iscrizione, al fine di poter disporre già nella seconda metà di giugno dei nomi dei bambini che frequenteranno dal successivo mese di settembre. In questo modo è possibile organizzare prima della pausa estiva la prima assemblea con i genitori dei nuovi iscritti, che appare particolarmente importante, poiché rappresenta un primo momento di contatto fra l’istituzione e la famiglia.
È sempre più evidente la necessità di costruire situazioni che consentano di mettere in dialogo differenti punti di vista e competenze sia tra genitori sia tra questi e il personale educativo.
Monica Guerra
Si tratta di un momento molto delicato, anche perché in esso gli attori (genitori, educatori, coordinatori) gettano le fondamenta della cultura partecipativa, che non è un elemento accessorio ma per l’appunto fondante nel progetto di un servizio educativo.
La prima assemblea serve anche, e non solo:
- a rassicurare i genitori
- a fornire loro le informazioni sulla vita, l’organizzazione ed il progetto educativo del nido.
È in questa occasione, infatti, che l’equipe educativa presenta se stessa, il nido, il progetto educativo, trasmettendo un’immagine di professionalità che contribuisce a rassicurare i genitori. È bene pertanto che in questa occasione tutti gli educatori abbiano un ruolo attivo, e che siano previsti anche momenti di intervento da parte dei genitori.
Modalità di organizzazione della prima assemblea
Da quanto sopra, emerge come sia fondamentale un’attenta coreografia organizzativa per questo primo incontro, in cui entra per la prima volta al nido un’utenza nuova. I servizi educativi al giorno d’oggi devono essere in grado di gestire anche una notevole complessità e varietà di utenti: dalle famiglie monoparentali, ai genitori stranieri, e quindi devono saper mettere in atto le modalità operative e relazionali più adeguate per accogliere, comprendere far dialogare tale complessità.
Nulla deve essere lasciato al caso, è questo infatti un segnale di professionalità. Questo fa sì che educatori ed insegnanti siano molto impegnati nella preparazione di questa prima riunione, e che la considerino un momento significativo delle “fatiche dell’educare”.
Per organizzare al meglio l’assemblea, è utile che gli educatori si mettano d’accordo per suddividersi preventivamente i compiti e che provvedano ad organizzare l’incontro in modo da mettere a loro agio i genitori.
Dal punto di vista organizzativo, suggeriamo di:
- sistemare una sala con sedie in cerchio (questa disposizione favorisce la comunicazione interpersonale) evitando lo schieramento di genitori da una parte ed educatori dall’altra;
- preparare una documentazione di momenti di vita al nido, collocata negli spazi in cui si terrà la riunione (video, pannelli documentati, fotografie, etc…)
- preparare una scaletta degli argomenti condivisa in gruppo, decidendo anche l’alternanza degli interventi.
- preparare il momento dell’accoglienza, eventualmente con una educatrice che accompagna i genitori man mano che arrivano in una sorta di visita guidata del nido;
- comunicare come ultimo punto dell’assemblea anche il calendario degli inserimenti e delle date per il primo colloquio dell’educatrice con la coppia dei genitori.
PER SAPERNE DI PIÙ: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso: ” LA GESTIONE DEI RAPPORTI CON LE FAMIGLIE“
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da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Apr 13, 2021 | ARTICOLI
La Pedagogia del rischio parte dal presupposto che il rischio sia una componente essenziale di un’infanzia equilibrata, e che possano instaurarsi alleanze significative tra rischio ed educazione. Il rischio viene visto quindi come un’opportunità per la crescita dei bambini, piuttosto che un limite, e diventa un elemento che può essere pianificato in un percorso educativo.
Perché sentiamo sempre più parlare di questo approccio pedagogico?
Perché i bambini contemporanei, soprattutto quelli che vivono nelle grandi città, sembrano avere poche opportunità di sperimentare, attraverso il rischio, i punti di forza e i limiti del proprio corpo. Una volta i bambini passavano molto tempo all’ aperto, giocavano nelle strade anche negli ambienti cittadini, e questo permetteva loro di confrontarsi con un ambiente non strutturato, non messo in sicurezza. Progressivamente, nell’ottica di una ricerca di maggiore protezione, i bambini sono scomparsi dalle strade, complice anche la trasformazione dell’ambiente urbano sempre più caotico e trafficato. Siamo arrivati al limite opposto: per una maggiore sicurezza, si tende a trattenere sempre più i bambini in ambienti chiusi ( le case, le scuole) dove spesso l’ansia dell’adulto limita le esperienze all’esterno, perché percepisce la “sicurezza” del bambino come minacciata dallo stare fuori.
Ecco allora che la Pedagogia del rischio torna ad affermare quanto invece sia importante per i bambini essere sottratti dall’abbraccio soffocante dell’ iperprotezione, e l’esposizione a rischi salutari, in che consente ai bambini di apprendere e testare i propri limiti e punti di forza.
La domanda centrale che la Pedagogia del rischio si pone è la seguente:
Come possiamo aiutare i bambini a crescere nella relazione con l’ambiente, in cui si intrecciano autonomia e dipendenza, libertà e limite e anche rischio e protezione?
Questo approccio non si propone certo di esporre i bambini a dei pericoli: il pericolo è qualcosa di oggettivo, viene dall’esterno, e dal pericolo ci si deve difendere, mentre il rischio può essere qualcosa di pianificato (si parla di “rischi calcolati“). Il rischio dipende dall’ imprevedibilità dell’esperienza e può essere affrontato in base al gusto della sfida, al desiderio di mettersi alla prova, all’affermazione del proprio protagonismo.
Ellen Sandseter, professoressa al Queen Maud University College di Trondheim, specializzata nell’educazione della prima infanzia, nella sua ricerca del 2011 intitolata “Prospettive evolutive del gioco rischioso nei bambini: effetti antifobici delle esperienze emozionanti” sostiene che:
I bambini hanno una vera necessità sensoriale di provare il pericolo e l’eccitazione; questo non significa che ciò che fanno debba essere davvero pericoloso, ma solo che debbano sentire che stanno correndo un rischio. La cosa li spaventa, ma poi superano la paura.
L’ importante quindi è sostenere la naturale tendenza dei bambini nel sondare i propri limiti e quelli imposti dall’ ambiente circostante, per superarli gradualmente. In questo modo, secondo la ricercatrice, i bambini riusciranno in modo autonomo a superare le paure, ad acquisire fiducia nelle proprie capacità, rafforzando l’autostima e la fiducia nella vita.
Da quando possiamo cominciare a orientare i programmi didattici verso questo percorso educativo al rischio? Già a partire dai primi anni di vita dei bambini, e quindi dai servizi educativi 03, per poi ampliare il progetto nelle scuole dell’infanzia. L’ approccio pedagogico al rischio potrebbe diventare quindi, a pieno titolo, un elemento che può essere pianificato e inserito in un percorso educativo, rappresentando per i bambini una reale opportunità per sperimentare in chiave autentica le proprie esperienze di crescita, e per gli adulti un’occasione per promuovere contesti in cui rinsaldare l’autostima dei bambini e sostenere le loro autonomie.
Si, ma come?
Ellen Sandseter propone alcuni ambiti in cui sperimentare la pedagogia del rischio:
-
- esplorare per conto proprio: lasciare liberi i bambini di scegliere, decidere dove e come indirizzare le loro esplorazioni, all’ interno come all’esterno, compresa l’esplorazione delle altezze;
- permettere ai bambini di maneggiare e padroneggiare gradualmente attrezzi rischiosi come forbici o coltelli, martelli pesanti, cacciaviti;
- giocare vicino a distese d’acqua o al fuoco, prendendo consapevolezza del rischio che gli elementi naturali comportano;
-
- giocare a giochi “aggressivi” naturali per i bambini
- giocare a giochi rischiosi, come oscillare, arrampicarsi, rotolare, sospendersi, scivolare, essenziali per le loro capacità motorie, l’equilibrio, la coordinazione e la consapevolezza del corpo.
- sperimentare la velocità.
Qual è il ruolo degli educatori?
Il compito degli adulti (educatori, genitori, insegnanti) è quello di gestire il rischio, ovvero di progettare rischi in chiave educativa, limitandosi ad osservare i bambini mentre esplorano.
Predisporre e modificare l’ambiente il più possibile per soddisfare le esigenze di ogni bambino.
Incoraggiare e sostenere rispettando i tempi dei bambini: alcuni bambini potrebbero aver bisogno di più tempo per sentirsi sicuri.
PER SAPERNE DI PIU’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per la formazione delle educatrici di asilo nido e degli insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “APPROCCIO ALLA PEDAGOGIA DEL RISCHIO“
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da Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06 | Apr 13, 2021 | ARTICOLI
Secondo recenti studi di psicologia infantile, i bambini nascono con un loro carattere genetico definito temperamento, che è dato dall’ insieme dei tratti del carattere che sono innati in ognuno di noi. E’ la base sulla quale si viene a formare la nostra personalità di individui, che dopo la nascita viene modellata e sviluppata dalle esperienze che facciamo nella vita.
Le neuroscienze, che studiano la biologia dei processi mentali umani, hanno confermato che la maggior parte dello sviluppo cerebrale che determina il temperamento dei bambini ha luogo durante le prime diciotto settimane di gestazione.
È estremamente affascinante seguire l’evoluzione dei circuiti cerebrali dei bambini ancora nella pancia della mamma, e le neuroscienze oggi ci permettono di capire quali sono i principali fattori che possono influire sulla formazione del temperamento dell’individuo.
Il bambino nella pancia della mamma è letteralmente bombardato da stimolazioni sensoriali e dall’azione di ormoni: ossitocina, serotonina, cortisolo, e altri ormoni vengono prodotti dal corpo della madre durante la gestazione, legati a stati di benessere, serenità oppure ansia e stress, ed influiscono in modo determinante nello sviluppo delle connessioni cerebrali del bambino.
Alcuni ormoni, nello specifico, contribuiscono a determinare anche i circuiti cerebrali specifici di maschi e femmine. Fino all’ottava settimana, il cervello dei bambini é, per così dire, “neutro” dal punto di vista della differenziazione maschile/femminile. Dall’ottava settimana di gestazione in poi, un massiccio afflusso di testosterone trasforma il cervello in “maschile”, e un afflusso di estrogeni in “femminile”.
Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha messo in luce un’associazione tra sintomi di stress, ansia e depressione in gravidanza e alterazioni a livello fisiologico e comportamentale nei bambini sin dalla prima infanzia (una maggior tendenza al pianto, maggiore inconsolabilità, disturbi del sonno e dell’alimentazione, temperamento difficile, ecc.)
Irina e Miriam sono due sorelline nate a 18 mesi di differenza l’una dall’altra. “Quando sono arrivate al nido sembravano quasi due gemelle, tanto si assomigliavano fisicamente” racconta la coordinatrice. Eppure, mentre Irina è una bambina entusiasta ed adattabile, socievole e sempre sorridente, Miriam dimostra fin da subito un carattere più turbolento e scostante, incline alla rabbia e alla scontrosità. Stessa madre, stessa famiglia, stesso ambiente affettivo ed educativo. “Non riuscivamo a spiegarci questa differenza, fino a quando la madre durante un colloquio ci ha raccontato che l’anno precedente, mentre era incinta di Miriam, si erano trasferiti per lavoro dal loro paese di origine. Lo stress del trasloco e dell’adattamento ai nuovi ritmi ed abitudini di vita evidentemente ha avuto un notevole effetto anche sul temperamento della bimba ancora in grembo”.
Rudolf Steiner sosteneva che esistono quattro temperamenti, da collegare ai quattro ”lati” dell’uomo. Ognuno di noi nasce sotto l’influsso incrociato di queste forze, creando il nostro temperamento dominante.
In breve, chi possiede un “io” forte, avrà un temperamento collerico, chi ha un “corpo astrale” forte, sarà un sanguigno, chi è spinto dal “corpo eterico” tenderà ad essere flemmatico, ed infine chi è dotato di un forte “corpo fisico” si dice malinconico.
Alexander Thomas e Stella Chess hanno definito recentemente tre tipologie di temperamento:
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- temperamento facile: è tipico di quei bambini che hanno dei ritmi regolari e reagiscono positivamente agli stimoli nuovi.
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- temperamento lento: i bambini lenti mostrano una certa regolarità, ma si adattano lentamente ai cambiamenti. Sono coloro che risentono maggiormente degli aiuti dall’esterno.
- temperamento difficile: bambini dai ritmi irregolari che resistono ai cambiamenti e hanno un’inclinazione alle emozioni negative.
Le connessioni neurali influiscono anche sulle modalità di percezione.
Le neuroscienze evidenziano come le connessioni neuronali che si formano ancora in pancia della mamma siano responsabili non solo del temperamento o della differenziazione caratteriale sessuale, ma anche del modo in cui vengono percepite le immagini, gli odori, i sapori; dagli organi sensoriali i nervi corrono direttamente al cervello, che ne interpreta tutti i segnali.
Neuroscienze ed educazione
Nonostante i fattori genetici e costituzionali svolgano un ruolo importante nello sviluppo della mente umana, gli scienziati concordano nell’affermare che “i rapporti umani e i fattori culturali e sociali implicati nella formazione, attraverso la neuroplasticità, possono plasmare lo sviluppo del cervello e della mente e promuovere una buona qualità del funzionamento cognitivo, sociale, emotivo.” (Chiara D’Alessio)
Il cervello, come la vita, non è una “cosa statica”, ma un divenire, in un continuo processo di auto creazione. Alla nascita il cervello dei bambini è dotato di un’impressionante plasticità ed è in grado di modellarsi e rimodellarsi continuamente in seguito alle esperienze, e l’apprendimento dunque “scolpisce” il cervello, creando sempre nuovi, intricati disegni nelle connessioni neurali.
Natura ed educazione: secondo le scoperte delle neuroscienze, lo sviluppo infantile è inestricabilmente condizionato da entrambe. La natura da una parte ha un ruolo preponderante nel determinare il temperamento, ma le esperienze e l’interazione con altri possono modificare le connessioni neuronali e cerebrali.
Quindi è vero che il principio regolatore fondamentale del cervello è fondato sull’interazione di geni e ormoni, che determinano il temperamento, ma non si possono ignorare i cambiamenti apportati dall’interazione con altre persone e con l’ambiente in generale. Il tono di voce, il contatto fisico, le parole dell’adulto (genitore o educatore) contribuiscono a sviluppare in una particolare maniera il cervello dei bambini e a influenzarne la visione soggettiva della realtà. L. Brizendine
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