Laboratori culinari al nido: Anche la cucina è uno spazio educativo

Continuiamo la serie di approfondimenti sull’ organizzazione della cucina e della mensa dell’asilo nido sottolineando l’importanza, spesso trascurata, del valore educativo che rivestono le esperienze e le attività dei bambini in cucina o con i materiali e gli utensili della cucina.

Un progetto educativo ben studiato attribuisce molta importanza ai giochi in cucina sia per ciò che concerne la strutturazione degli spazi, sia per quanto riguarda la programmazione delle attività guidate.

I laboratori culinari diventano un ottimo strumento di osservazione per le educatrici, che possono documentare la reazione/relazione di ogni bambino con le sostanze e i materiali, e l’interazione con gli altri bambini e gli adulti.

Nelle esperienze in cucina ai bambini è possibile svolgere attività che riguardano diverse sfere di apprendimento, e acquisire competenze relazionali, simboliche e cognitive che ne sviluppano la crescita emozionale.

La cucina è un luogo normalmente inaccessibile ai bambini, e in essa si svolgono quelle attività di servizio al nido che di solito rimangono “sconosciute” ai bambini. Nell’organizzazione pedagogica tradizionale, infatti, all’ora del pranzo i bambini vengono fatti sedere ai tavolini già preparati ed apparecchiati dalle ausiliarie, e viene loro servito il pranzo spesso già porzionato nei piattini. In questo modo, tutta la magia del processo di preparazione degli alimenti rimane un mistero, così come l’ambiente cucina. Invece, il coinvolgimento graduale in alcune attività può essere molto stimolante e incuriosire anche i più piccoli.

Le attività di cucina possono essere proposte in diversi modi, in modo da coinvolgere e sviluppare competenze diverse nei bambini.

Sinteticamente, i laboratori culinari possono essere organizzati come:

  • narrazione
  • manipolazione
  • gioco simbolico
  • gioco di riconoscimento degli alimenti e degli utensili

Gli spazi da utilizzare:

  • l’angolo della lettura o dei tavoli per la narrazione
  • l’angolo delle attività ai tavoli o la cucina stessa, se abbastanza capiente, per le manipolazioni
  • la zona delle attività ai tavoli e la cucina per la realizzazione delle ricette

Si può cominciare con il creare un clima di curiosità attraverso la narrazione, descrivendo la cucina come un “antro magico” in cui avvengono strane magie: la farina, l’acqua, lo zucchero che si trasformano in torte, biscotti, panini e pizze! Attraverso l’invenzione di un racconto o di una drammatizzazione che coinvolga i bambini (la storia della mela, il racconto del fornaio, del pasticcere…), si possono animare e personalizzare alcuni alimenti o alcuni utensili che si intendono utilizzare, e così si preparano i bambini alle fasi successive, quelle dei laboratori culinari veri e propri.

In un primo laboratorio si possono proporre ai bambini attività di manipolazione delle diverse sostanze alimentari. Le educatrici propongono di volta in volta alimenti e sostanze diverse, che i bambini possono toccare, annusare, assaggiare, impastare, mescolare. Questo tipo di attività porta il bambino ad affinare le proprie esperienze coinvolgendo tutti i sensi: alcuni alimenti si possono anche assaggiare, diversamente da altri materiali “classici” utilizzati nelle attività di manipolazione (ad esempio il didò). Ma si può anche “ascoltare” il rumore dell’acqua che viene versata nelle ciotole, o scoprire il rumore che fanno i fagioli o il riso soffiato quando vengono scossi.

In questo laboratorio i bambini imparano a conoscere i materiali diversi, e a scoprire come le sostanze cambiano e si trasformano per magia mescolando gli ingredienti fra loro.

Per rendere più efficace il laboratorio, andrebbero utilizzati preferibilmente gli spazi della cucina, da cui le educatrici estraggono di volta in volta le sostanze (lo zucchero dal barattolo dello zucchero, la farina dalla dispensa, il latte dal frigorifero, etc.) e gli utensili da usare (le ciotole, i cucchiai, i mestoli dai cassetti e dai mobili della cucina), in modo da contestualizzare l’esperienza. In alternativa, si possono accompagnare i bambini in cucina in piccoli gruppi, e coinvolgerli nella preparazione del materiale da usare successivamente nel laboratorio.

Quali sostanze utilizzare? In questo primo laboratorio non è fondamentale ottenere come risultato finale un “prodotto”, ma si possono semplicemente lasciare pasticciare i bambini con la farina bianca, la farina gialla, con l’acqua, la cioccolata, la panna montata, mescolandoci insieme il cocco, il sale grosso, lo zucchero, i semini, l’orzo, i fagioli, la pasta, il riso, le lenticchie, le verdure, e così via.

E’ importante che alla fine di ogni laboratorio i bambini vengano coinvolti anche nelle attività di riordino e pulizia della stanza, dei tavoli e degli utensili utilizzati. Lavare le ciotole, pulire i tavoli, spazzare è un gioco divertente che i bambini fanno tutti i giorni, così aiutando gli adulti, imparano le regole sociali e il rispetto di un ambiente.

In una fase più avanzata del progetto si può introdurre un vero e proprio laboratorio di cucina, aiutando i bambini a realizzare alcune ricette semplici, come ad esempio la pizza, o i biscotti, o una torta. Non sempre la ricetta riesce alla perfezione! Può succedere infatti che, durante la preparazione, qualcosa vada storto. In questi casi, è bene spiegare ai bambini che non sempre le cose riescono come si vorrebbe e che tuttavia quando si cucina bisogna avere molta cura.

Un esempio di laboratorio culinario realizzato in un asilo nido

Laboratorio culinario – La torta

“Il progetto “Dolce al cioccolato” è stato realizzato con tutti i bambini grandi del nido, suddivisi in gruppi di quattro, seguiti da due educatrici di riferimento.

L’esperienza si è svolta nella zona mensa, e successivamente in cucina, e i materiali usati sono stati: ciotole di plastica, utensili vari, biscotti, cacao, burro, latte, uova, lievito.

Nella prima parte dell’attività i bambini hanno schiacciato i biscotti con le mani e con gli utensili preparati dalle educatrici, come ad esempio i piccoli mattarelli di legno che usiamo per le attività di manipolazione. Con l’aiuto di un cucchiaione di legno i bambini hanno poi mescolato i vari ingredienti della ricetta, toccandoli anche con le mani e assaggiandoli. Alla fine le educatrici hanno aggiunto le uova e il lievito, e poi tutti insieme in cucina a mettere il dolce dentro il forno e a vedere come, cuocendo, lievitasse!

In realtà la ricetta non è proprio riuscita alla perfezione, perché il dolce è rimasto un po’ basso, non è lievitato perfettamente. Ma l’esperienza è stata importantissima per i bambini, che a pranzo hanno assaggiato con grande soddisfazione il loro capolavoro!”

Le attività in cucina possono essere programmate anche come gioco simbolico, senza necessariamente utilizzare le sostanze alimentari in modo diretto cucinando. Le educatrici possono invitare i bambini ad indossare la “divisa da chef” (cappellone o cuffia, grembiule) e ad aiutare a preparare il pasto, ad apparecchiare i tavoli, a distribuire il pane, a servire in tavola a turno gli altri bambini.

Questo tipo di gioco, così come il far finta di essere la mamma o il papà che cucinano, il dar da mangiare alle bambole o agli altri compagni, l’imboccarsi a vicenda, sono azioni che hanno grande importanza per l’acquisizione da parte dei bambini dei concetti, dei ruoli, delle regole del mondo che li circonda.

Riassumendo, quali sono le competenze che il bambino elabora attraverso questo tipo di laboratori in cucina?

    • manipolazione di sostanze diverse
    • affinamento della coordinazione oculo-manuale
    • affinamento della prensione fine
    • esperienze sensoriali (toccare le sostanze, sentire odori diversi)
    • distinguere e denominare la consistenza, le qualità e i colori degli ingredienti
    • osservare e sperimentare la trasformazione delle sostanze mescolandole fra loro
    • conoscere il nome e la funzione degli utensili
    • conoscere la sequenza di azioni necessarie per realizzare una ricetta
    • osservare la trasformazione delle sostanze attraverso il caldo e il freddo (cottura in forno, frigorifero)
    • esperienze simboliche di ruolo
    • conoscere delle regole sociali e di rispetto dell’ambiente: riordinare, lavare gli utensili, pulire i tavoli, spazzare.

Per saperne di più: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet di formazione per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “ATELIER IN CUCINA: EDUCARE AL CIBO GIOCANDO

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Profilo delle competenze del coordinatore di servizi educativi

Profilo delle competenze del coordinatore di servizi educativi

Il coordinatore pedagogico progetta e accerta la qualità educativa dei servizi all’infanzia. Si tratta di una figura professionale che, dapprima legata prevalentemente agli enti locali, si è sviluppata parallelamente alla nascita e diffusione degli asili nido e delle scuole dell’infanzia comunali. Nei comuni o nelle aree territoriali maggiori, il coordinatore pedagogico può operare con un gruppo di colleghi che insieme mirano all’utilizzo ottimale delle risorse educative di quel territorio. Negli ultimi anni, e con l’aggiornamento delle normative regionali in materia di servizi educativi e sociali alla prima infanzia, il coordinamento è richiesto anche presso le strutture a gestione privata.

 

Il coordinatore sostiene il lavoro collegiale degli operatori ed ha la responsabilità del funzionamento negli aspetti organizzativi e metodologici del nido; non avrà affidata alcuna specifica sezione educativa. Inoltre, avrà il compito di verificare il costante rispetto del Regolamento, delle disposizioni legislative e il coordinamento di tutta l’attività svolta dal personale impiegato nel servizio.

Il coordinatore pedagogico svolge i seguenti compiti:

– verifica la qualità educativa dei servizi prescolastici;

– cura l’organizzazione del lavoro nei servizi come asili, centri ricreativi infantili ecc..;

– si interessa dei contenuti educativi proposti nei suddetti centri;

– verifica la validità dei programmi educativi;

– si occupa della formazione e aggiornamento delle operatrici e, in generale, rappresenta una figura che sostiene, orienta, controlla l’attività dei nidi e delle scuole dell’infanzia.

Il coordinatore deve mantenere un contatto diretto e costante con i servizi di cui è responsabile, quindi conoscere il modo di lavorare delle operatrici, con le quali programma le attività e ne verifica l’andamento durante l’anno. Propone alle operatrici strumenti di lavoro che possono permettere di definire meglio gli obiettivi e di agire in modo più efficace e partecipa periodicamente alle riunioni del gruppo delle educatrici: a volte può proporre un ordine del giorno e coordinare la riunione, altre volte può essere solo presente. Infine il coordinatore pedagogico si occupa di:

– curare l’accoglienza di bambini nuovi;

– coordinare il rapporto con gli altri servizi sul territorio che si occupano di bambini;

– gestire momenti particolarmente critici come ad esempio l’inserimento di bambini extracomunitari o handicappati, dove maggiore deve essere l’investimento di risorse umane;

– curare gli aspetti di gestione del servizio (i turni di ferie del personale, le sostituzioni) e la promozione e conoscenza dei servizi all’esterno;

– organizzare eventi pubblici (dibattiti, mostre) che illustrino l’esperienza realizzata nei servizi.

In queste tabelle riassumiamo il profilo di competenze della figura professionale del Coordinatore di servizi educativi.

  PROFILO DI COMPETENZE: Coordinatore
Responsabilità primarie Assicura il funzionamento del nido e coordina la gestione del personale

 

Cura le relazioni con l’utenza e l’esterno

E’ responsabile dell’attuazione del progetto pedagogico

E’ responsabile dell’attuazione delle procedure del sistema qualità

Conoscenze Conoscenza del bambino e fasi evolutive
  Metodologie pedagogiche
  Metodologie di gestione delle risorse umane e dinamiche di gruppo
  Metodologie di definizione di un budget e conoscenze informatiche
  Metodologie di progettazione
  Metodologie di programmazione e verifica
  Metodologie di organizzazione del tempo
Saper fare Gestire le problematiche degli utenti (famiglie e bambini)
  Fare un progetto
  Verificare l’efficacia dell’organizzazione e dei progetti
  Gestire una riunione
  Gestire un colloquio con la famiglia
  Gestire la comunicazione con i servizi del territorio
  Contestualizzare gli spunti formativi
Saper essere Affidabile, comunicativo, creativo, responsabile, accogliente, propositivo

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Corso di specializzazione in due giornate:

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L’attualità della pedagogia Montessoriana

Maria Montessori è stata una figura a suo modo rivoluzionaria nel panorama intellettuale e pedagogico mondiale: un’educatrice e pedagogista, ma anche filosofa, medico, neuropsichiatra infantile, antropologa e scienziata, riconosciuta in Italia e all’estero, candidata al premio Nobel per la pace, prima donna nella storia della Repubblica ad avere la propria effige stampata su moneta o raffigurata su francobolli.

Una serie di biografie, convegni, film e documentari ci invitano oggi a riscoprirnee la modernità, l’attualità, la forza, il significato attualissimo della sua proposta.

Il ‘metodo Montessori’ – attualmente seguito da circa 60.000 scuole nel mondo (soprattutto Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito), dalla nascita fino a diciotto anni – continua a destare grande interesse. Numerosi personaggi dell’intelligenza mondiale, compresi i giovani guru dell’economia digitale internazionale come i fondatori di Google, Larry Page e Sergei Brin, l’ideatore di Amazon Jeff Bezos, il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, il pioniere dei videogiochi Will Wright e lo scrittore Gabriel Garcia Marquez, hanno frequentato da piccoli scuole montessoriane.

Il metodo educativo di Maria Montessori si basa sull’idea che ogni bambino possiede un potenziale psichico ed intellettivo unico e irripetibile. Deve quindi essere accompagnato nella crescita in modo da potersi esprimere liberamente: in questo senso il metodo montessoriano porta avanti un pensiero di pace e di uguaglianza tra gli uomini, riducendo le discrimazioni e le disparità di genere, e di rispetto della Natura e dell’ Universo.

Il suo metodo si fonda su tre aspetti fondamentali: realizzazione di un ambiente educativo preparato scientificamente, preparazione e uso di specifico materiale educativo e impiego di tecniche dell’insegnamento rispettose dell’individualità di ognuno.

 

Di seguito alcuni contributi da parte di studiosi che hanno partecipato al Convegno internazionale svoltosi nelle Marche per approfondire l’attualità del pensiero montessoriano:

Howard Gardner – Maria Montessori. Attualità del pensiero a 150 anni dalla nascita >>>

Daniele Novara – Maria Montessori. Attualità del pensiero a 150 anni dalla nascita >>>

 

 “Date il mondo ai bambini”: queste parole di Maria Montessori sono un messaggio di speranza, un impegno per l’operare e l’agire degli educatori, degli insegnanti, degli adulti educanti, nel segno dell’amore per i bambini, che saranno gli adulti di domani.


 

PER SAPERNE DI PIU’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet il CORSO DI SPECIALIZZAZIONE LA TEORIA DEL METODO MONTESSORI

 

 

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La sfida dei Poli per l’Infanzia: garantire pari opportunità educative dalla nascita ai 6 anni

La Legge del 13 luglio 2015, n. 107, detta “Legge della Buona Scuola”, ha introdotto in Italia un sistema integrato di educazione e istruzione per bambini dalla nascita ai sei anni, che è stato resa operativa dal Decreto Legislativo n. 65 del 13 aprile 2017.

Il sistema integrato di educazione e istruzione per i bambini dalla nascita ai sei anni, comprende diversi servizi educativi come:

  • i nidi e micronidi per bambini tra i 3 e i 36 mesi;
  • le sezioni primavera per bambini tra i 24 e i 36 mesi, che sono collegate alle scuole dell’infanzia o ai nidi stessi;
  • i servizi integrativi come gli spazi gioco,
  • i centri bambini-famiglie
  • e i servizi a domicilio (i nidi famiglia) per i bambini tra i 3 e i 36 mesi, che hanno una flessibilità nell’organizzazione e modalità di funzionamento differenti;
  • infine le scuole dell’infanzia pubbliche e private paritarie per i bambini dai 3 ai 6 anni.

Inoltre, il Decreto Legislativo n. 65 del 2017 ha introdotto la novità dei Poli per l’infanzia:  consistono in un unico edificio o in un gruppo di strutture vicine, che offrono programmi educativi e pedagogici continuativi per i bambini dalla nascita ai sei anni, senza distinzione nei due segmenti 0-3 e 3-6.

 

I Poli per l’infanzia possono essere aperti in diverse sedi, come ad esempio:

  • Edifici scolastici: possono essere allestiti all’interno di edifici scolastici esistenti, utilizzando spazi già disponibili per accogliere i bambini dalla nascita ai sei anni;
  • Edifici pubblici: possono essere ospitati in edifici pubblici, come ad esempio palestre, centri civici, biblioteche, etc;
  • Edifici privati: possono essere allestiti in edifici privati, come ad esempio in centri commerciali, uffici, etc.

In generale, i Poli per l’infanzia devono essere costruiti o adattati per garantire il benessere e la sicurezza dei bambini, e devono essere posizionati in aree facilmente raggiungibili dalle famiglie.

Da chi possono essere aperti i Poli per l’Infanzia?

I Poli per l’infanzia possono essere aperti da diverse tipologie di enti, a seconda delle disposizioni legislative e delle risorse disponibili.

In generale, i Poli per l’infanzia possono essere aperti da:

  • Enti pubblici: possono essere aperti dalle amministrazioni statali o regionali, come le scuole statali e le Province autonome, o da enti pubblici non statali, come le municipalità.
  • Enti privati: possono essere aperti da enti privati, sia a livello nazionale che regionale, come le scuole paritarie, le cooperative e le associazioni.

Inoltre, i Poli per l’infanzia possono essere gestiti da enti pubblici o privati, in base alle disposizioni legislative e alle risorse disponibili.

In generale, le amministrazioni locali e nazionali hanno il compito di individuare i soggetti privati o pubblici che possono gestire i Poli per l’infanzia, e di stabilire le modalità di gestione e finanziamento delle strutture.

Per l’apertura dei Poli per l’infanzia possono esserci anche dei finanziamenti (per ora agli Enti pubblici) da parte del Governo, delle Regioni e Province autonome, nonché da fondi europei, privati e non profit.

In particolare, il governo italiano ha stanziato fondi per la costruzione e la ristrutturazione di edifici destinati ai Poli per l’infanzia, sia attraverso programmi specifici come il PON Infanzia, sia attraverso programmi di finanziamento più ampi come il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC).

Inoltre, è possibile che ci siano dei fondi europei a disposizione per la costruzione di edifici scolastici e per l’educazione dei bambini in età prescolare.


PER SAPERNE DI PIU’: il corso “APERTURA DI UN ASILO NIDO, CENTRO INFANZIA 06, LUDOTECA, BABY PARKING

Un mondo buono da imitare secondo Steiner

Per Rudolf Steiner, un mondo buono da imitare è un mondo in cui l’umanità vive in armonia con la natura e in cui le attività umane sono guidate da una comprensione profonda della verità spirituale.

Steiner sviluppò una filosofia chiamata antroposofia, che sostiene che l’umanità può evolversi verso una comprensione spirituale più profonda attraverso l’auto-educazione e l’auto-sviluppo.

Secondo Steiner, un mondo buono è quello in cui le persone sono libere di sviluppare il loro potenziale spirituale e in cui le attività umane sono orientate verso il benessere di tutti gli esseri viventi e dell’ambiente.

La pedagogia Waldorf, è un approccio educativo sviluppato da Rudolf Steiner. Si basa sulla sua filosofia dell’antroposofia e mira a sviluppare l’intera persona, sia fisicamente che spiritualmente.

La pedagogia Steineriana si concentra sull’apprendimento attraverso l’esperienza e l’osservazione diretta, piuttosto che sull’apprendimento attraverso la memorizzazione di informazioni astratte.

L’approccio educativo Steineriano è caratterizzato da una forte enfasi sull’arte e sull’espressione creativa, in quanto si ritiene che queste attività aiutino a sviluppare la capacità di pensiero critico e la comprensione della realtà.

Inoltre si concentra anche sullo sviluppo delle capacità sociali e morali degli studenti, incoraggiando la cooperazione e il rispetto reciproco.

 

Per saperne di più: corso “UN MONDO BUONO DA IMITARE“: il corso può essere richiesto anche come consulenza specialistica nel proprio nido, compilando la form qui sotto:

 

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Decorazioni alle pareti: minimal é meglio?

Decorazioni alle pareti: minimal é meglio?

C’è un dibattito in corso sull’uso del minimalismo nell’arredamento degli ambienti scolastici. Alcuni studi sostengono che un ambiente minimalista può aiutare i bambini a concentrarsi meglio e a ridurre la distrazione, mentre altri sostengono che un ambiente troppo spoglio può essere poco stimolante e poco accogliente.

In generale, si può dire che una scuola minimalista può essere utile per creare un ambiente ordinato e funzionale, ma è importante anche considerare l’importanza di un ambiente stimolante e accogliente per i bambini in età prescolare.

In ogni caso, è importante che gli ambienti scolastici siano sicuri e funzionali, quindi è sempre meglio evitare decorazioni che possono essere pericolose o distraenti per i bambini.

Una nuova ricerca della Carnegie Mellon University dimostra che troppa quantità di una cosa pur buona può finire per compromettere l’attenzione e l’apprendimento dei bambini.

È stato condotto un esperimento su due gruppi di bambini, il primo in una stanza sovraccarica di stimoli visivi, e il secondo in una stanza con le pareti spoglie.
Ad entrambi i gruppi sono state presentate numerose immagini di oggetti e scene, come automobili, strumenti musicali e alberi, paesaggi. L’obiettivo dell’esperimento era quello di testare la capacità attentiva e di memoria dei due gruppi, invitando i bambini a riconoscere le sequenze delle immagini, e ad associare correttamente secondo nessi logici. Ebbene, al termine dell’esperimento è risultato inequivocabilmente che rispetto ai bambini nella stanza spoglia, i bambini nella stanza sovra-decorata hanno ottenuto risultati peggiori in tutti i test, il che suggerisce che troppi stimoli visivi possono essere una distrazione.

 

“Complessivamente, i risultati di questi studi indicano che i bambini potrebbero avere difficoltà ad ignorare i distrattori visivi quando questi fanno parte in modo stabile dell’ambiente circostante”, spiegano gli autori dello studio.

Questo non significa che le pareti dei nidi, o delle scuole, debbano essere lasciate completamente spoglie, anzi.

In un altro studio del 2015, un team di ricercatori in Gran Bretagna ha analizzato 153 aule e ha scoperto che gli studenti hanno dato migliori risultati quando le pareti avevano alcune decorazioni.

Queste considerazioni andrebbero tenute presenti quando ci accingiamo ad allestire decorazioni, pannelli o altra documentazione a parete:

 

come regola generale, il 20-50% dello spazio disponibile sulla parete deve essere tenuto vuoto “, hanno scritto i ricercatori.

Il primo passo nella semplificazione visiva è quello di lasciare entrare la luce naturale senza coprire le finestre con decorazioni, a meno che non si abbia un problema di abbagliamento o di eccessiva insolazione. Le pareti non devono essere necessariamente bianche o incolori, ma il consiglio è quello di scegliere alcune (poche) tinte guida alternandole a pareti “disattive”.

Ma qual è il tipo di decorazione migliore?

Le poche decorazioni vanno accuratamente scelte in base a motivazioni stagionali, oppure inerenti un progetto specifico, e in ogni caso è da privilegiare tutto ciò che documenta il lavoro, o meglio il processo effettuato dai bambini, come abbiamo già approfondito qui .


PER SAPERNE DI PIÙ: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia il corso: “DOCUMENTARE: LA TRACCIA DEL PENSATO E DELL’OSSERVATO AL NIDO”
 

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Mio, tutto mio, solo mio!

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Con il termine egocentrismo si intende la tendenza, tipicamente infantile, a percepire se stessi come “centro del mondo”, ritenendo che ogni cosa che accade sia dovuta a noi o rivolta a noi e che esistano solo i propri bisogni.

Lo psicologo svizzero Jean Piaget usa il concetto di egocentrismo per riferirsi all’incapacità del bambino di distinguere il suo punto di vista da quello degli altri, ad esempio utilizzando informazioni e concetti di valore soggettivo come se avessero valore oggettivo e universale e dando per scontato che l’altro abbia il proprio stesso punto di vista e condivida le stesse conoscenze.

Il bambino inizia a dire “io” e “mio”, si sente una persona dotata di pensiero e volontà; gli oggetti che lo circondano sono tutti suoi. Piaget lo identifica come il periodo della visione egocentrica. Nel bambino emerge la capacità di riconoscersi come un essere separato e indipendente rispetto alle figure genitoriali.

Questa fase, che inizia di solito intorno ai 18/24 mesi, rappresenta il raggiungimento di un’importante tappa dello sviluppo psicologico di un bambino piccolo e coincide con l’acquisizione del fondamentale processo chiamato identificazione del sé, in cui si sviluppa il senso di possesso e la volontà di autoaffermazione.

Sempre intorno a questa età, il bambino inizia anche a fare uso delle tipiche espressioni verbali: il pronome personale “io” e la risposta “no” alle richieste degli adulti, ulteriori testimonianze di come gradualmente stia emergendo in lui una nuova volontà di autoaffermazione. La capacità di riconoscersi come un’entità separata e indipendente rispetto alle figure di accudimento – prime fra tutte, la mamma- è comunque ancora solo abbozzata in questa fase iniziale e il bambino, almeno per ora, continua percepire ciò che lo circonda come un prolungamento del proprio essere.

È proprio questa visione egocentrica a indurlo a ritenere che tutto quello che vede intorno a sé gli appartenga.

Saranno soprattutto le occasioni di incontro con gli altri bambini, che a partire da questa età divengono più frequenti, a fargli progressivamente superare la fase egocentrica tipica della prima infanzia. I bambini che frequentano il nido o che si ritrovano ai giardinetti, possono vivere momenti di tensione dovuta alla contesa di un gioco.

I bambini hanno bisogno di sperimentare anche il sentimento di gestione della frustrazione mediante il quale apprendono che non è sempre tutto loro, ma vi sono anche altri bambini con le stesse intenzioni ed esigenze.  Inoltre, anche il pianto di rabbia o di delusione rappresentano occasioni utili di confronto e di ragionamento, permettendo ai bambini di superare un po’ alla volta la fase egocentrica per apprendere le regole della vita sociale.

 


Per saperne di piu’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet di formazione per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “MIO MIO TUTTO MIO! EGOCENTRISMO E SOCIALIZZAZIONE AL NIDO

 

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Percorsi formativi di specializzazione Si vede bene solo con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi. Antoine de Saint-Exupéry  Il percorso di Specializzazione in Inglese Emozionale è rivolto a insegnanti, educatori, conduttori di laboratori in lingua per...

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Inclusione vs Integrazione

Inclusione o integrazione?

In molti contesti i termini “inclusione” e “integrazione” vengono utilizzati come sinonimi, ma in realtà c’è una differenza sostanziale, in teoria e in pratica.

L’integrazione si riferisce al processo di incorporare o di far partecipare un gruppo o individuo in una società o un ambiente esistente.

L’inclusione, d’altra parte, si riferisce alla creazione di un ambiente che accoglie e valorizza la diversità e le differenze tra le persone, promuovendo l’equità e la parità di opportunità.

In altre parole, l’integrazione è più focalizzata sul processo di incorporare un gruppo o individuo, mentre l’inclusione è più focalizzata sull’ambiente e sull’equità.

Che cosa ci viene in mente quando pensiamo alla parola “integrare”?

Dal vocabolario, integrare significa
“Rendere completo dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo”
 
Quando usiamo questo termine, sottintendiamo che il soggetto da integrare sia qualcosa di incompleto. Che sia un soggetto atipico che ha bisogno di un adattamento al contesto.
Prima o poi nel nostro lavoro di educatori e insegnanti incontriamo qual bambino o bambina particolare che, ad esempio, può presentare ritardi nel linguaggio, mentre presenta ottime capacità motorie. Può essere molto bravo/a a comporre un ‘puzzle’ o a giocare con il computer, ma avere problemi con le attività sociali come conversare o farsi degli amici. Può inoltre apprendere compiti difficili, ma non riuscire a impararne di facili.

L’integrazione considera questi bambini come dei soggetti che hanno delle difficoltà, dei deficit, e che devono coordinarsi e adeguarsi con il percorso normale e con gli insegnanti di classe.

Per far questo, nell’integrazione il curricolo viene semplificato, ridotto nei contenuti, prestando maggiore attenzione al prodotto.

INCLUSIONE vs INTEGRAZIONE

Quali obiettivi sono invece alla base del concetto di inclusione in ambito scolastico?

Inclusione nella scuola significa creare un ambiente educativo in cui tutti gli studenti, indipendentemente dalle loro differenze, siano accolti, valorizzati e supportati per raggiungere il loro pieno potenziale. Significa anche che tutti gli studenti hanno accesso alle stesse opportunità educative e che le loro esigenze individuali sono prese in considerazione nell’elaborazione delle lezioni e dei programmi.

L’inclusione nella scuola può anche significare la creazione di un ambiente in cui gli studenti possono esprimere la loro individualità senza essere giudicati o esclusi, e l’adozione di pratiche pedagogiche che promuovono il pensiero critico e l’empatia. Inoltre, l’inclusione nella scuola significa anche lavorare per eliminare le barriere socioeconomiche e culturali che possono limitare l’accesso all’istruzione.

PER SAPERNE DI PIU’: il corso “IL COORDINATORE E L’INCLUSIONE DEI BAMBINI CON DISABILITA’ “

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Metodo Montessori: L’educatore che fa un passo indietro

Metodo Montessori: L’educatore che fa un passo indietro

Secondo la filosofia Montessori il bambino non è un vaso vuoto in cui l’adulto debba infilare nozioni, concetti e abilità: il bambino è un essere pieno di potenzialità, che contiene già in sé le proprie abilità. Il compito dell’adulto è quello di aiutarlo a tirarle fuori.

Errare per imparare

L’insegnante è la figura che media fra il bambino, l’ambiente e i materiali, la sua azione non è mai impositiva, nè giudicante. Non esistono voti nè compiti in classe nella scuola montessoriana, e non esiste “hai sbagliato”.

L’errore fa parte del percorso formativo e di crescita di tutti gli individui: da sempre l’uomo si è evoluto per tentativi ed errori. Partendo da un’intuizione, sottoponendola a prova, attraverso l’esperienza che si acquisisce man mano che si cresce e si impara dagli errori. 

Se però l’adulto blocca nei bambini questo processo, impedisce loro di mettere alla prova il loro ingegno, la loro capacità di risolvere i problemi, di trovare soluzioni. 

La vera educazione non è quella impartita dal maestro, ma è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo, e si acquisisce non ascoltando le parole, ma mediante l’esperienza diretta del mondo circostante.

La risposta che dovremmo dare non è la soluzione, ma aiutarli a formulare le loro ipotesi per poi provare a verificarle insieme.

 

Fare un passo indietro

Il ruolo dell’insegnante/educatore secondo la pedagogia montessoriana è assai diverso da quello di un’insegnante tradizionale.

Il compito del maestro è dunque di preparare una serie di spunti e di incentivi all’attività culturale, distribuiti in un ambiente espressamente preparato, per poi astenersi da ogni intervento diretto o troppo invadente.

I maestri non possono fare altro che assistere alla grande opera mentre si compie sotto i loro occhi, come i servi aiutano il padrone. Cosi facendo assisteranno allo sviluppo dell’anima umana.

 

Quando la Montessori parla di fare un passo indietro, non intende certo sminuire il ruolo dell’educatore: anzi, si tratta di un ruolo molto importante.

L’educatore, facendo un passo indietro, supporta il bambino nel cammino dell’autonomia accogliendo e assecondando la sua spinta a “fare da solo” e lo sostiene in molti modi:

  • lo guida nella comprensione del mondo
  • lo incoraggia nel prendersi cura di sé, nel rispettare le altre persone e l’ambiente circostante
  • gli fornisce gli strumenti adatti alla sua età per sperimentare, concentrarsi e lavorare con le mani
  • mette a sua disposizione il materiale e l’ambiente adatto a lui

PER SAPERNE DI PIU’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatori di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “IL RUOLO DELL’ADULTO MONTESSORI

 

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Leggere immagini per costruire l’immaginario

Leggere immagini per costruire l’immaginario

Le immagini sono le prime cose che i bambini imparano a leggere fin da neonati: imparano prestissimo a decodificarle, e un po’ alla volta il processo di decodifica diventa automatico e veloce.

Quando leggiamo un libro ai bambini piccoli, per loro lettere e parole non hanno ancora significato, e la voce del lettore serve loro da guida per dare un senso alle immagini che vedono illustrate sul libro. Per questo, nei primi anni di vita, la lettura per immagini è un ausilio estremamente importante per costruire l’immaginario dei bambini.

 

Negli ultimi cento anni l’idea di lettura è stata strettamente collegata al concetto di alfabetizzazione; … imparare a leggere… significava imparare a leggere parole … Ma studi recenti hanno mostrato che la lettura delle parole è solo una parte di un’attività umana molto più ampia che include la decodificazione dei simboli e l’integrazione e organizzazione dei dati… In sostanza la lettura – nel senso più generale del termine – può essere considerata una forma di attività percettiva. Leggere parole è una delle manifestazioni di questa attività, ma ne esistono molte altre: lettura di immagini, mappe, schemi di circuiti elettronici, note musicali…
T. Wolf

I bambini elaborano il proprio immaginario partendo da un bagaglio di immagini, sulle quali costruiscono le proprie narrazioni di esperienze vissute, le proprie storie. Le immagini rappresentano quindi i “mattoncini” per la costruzione delle fondamenta dell’immaginario per i bambini, come se fossero dei lego che, componendosi in mille modi, creano uno scenario.

Per immaginare, la mente ha bisogno di immagini

Bruno Tognolini

Attraverso le immagini i bambini trovano un modo diverso per comprendere un messaggio, mettendo in moto gli stessi meccanismi della lettura, però senza la difficoltà del riconoscimento del segno grafico delle lettere.

Questa capacità di leggere le immagini costituirà in seguito una base preziosa per implementare l’immaginazione mentale, che a sua volta spiega la variabilità individuale nello sviluppo della lettura.

In sostanza quindi: i bambini abituati fin da piccoli a leggere immagini, sapranno costruirsi un bagaglio di immagini da utilizzare per creare il loro immaginario, che a sua volta è un’importante capacità utile per la lettura vera e propria.

Uno studio ha infatti dimostrato che i bambini che leggono meglio sono quelli che costruiscono immagini mentali mentre leggono un testo: utilizzando la conoscenza pregressa e le esperienze precedenti, i piccoli lettori collegano la scrittura dell’autore ad un’immagine o uno scenario immaginario personale. I bambini  che non hanno questa facoltà ,  al contrario, affanno più fatica a collegare il segno grafico delle parole lette al loro significato. È come se, leggendo la parola “montagna”, non riuscissimo ad immaginare di che cosa si tratta.

Dunque le illustrazioni e le parole di un libro illustrato lavorano insieme per raccontare una storia e come incorporare questi elementi nella lettura della storia migliora l’apprendimento e l’amore per la lettura di un bambino.

Importantissimo quindi offrire ai bambini molteplici possibilità di riempire il loro bagaglio di immagini varie, come il costruttore di castelli in costruzioni ha bisogno di mattoncini di vari colori, forme e dimensioni per realizzare la sua opera.

Ma come?

Offrendo loro fin dai primi mesi l’occasione di giocare con le immagini, ad esempio. Collezionando immagini significative a cui i bambini, ancora piccolissimi, possono associare momenti importanti della loro giornata. Costruendo dei libretti con le fotografie degli oggetti o delle situazioni che amano: il peluche preferito, la ciotolina della pappa, la vaschetta del bagnetto.

Ed inoltre, leggendo leggendo leggendo: per i bambini una delle principali fonti di immagini è rappresentata dalla lettura di libri illustrati, in cui le figure commentano ed integrano il testo (quando addirittura non lo sostituiscono ).

Negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, è  molto importante che i bambini possano accedere ad un assortimento di libri illustrati, da utilizzare insieme ad un adulto (educatore,  insegnante..) o  ai coetanei.


PER SAPERNE DI PIÙ: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia il corso: “LIBRIAMOCI! CORSO SULLA LETTURA AD ALTA VOCE

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