Decorazioni alle pareti: minimal é meglio?

Decorazioni alle pareti: minimal é meglio?

C’è un dibattito in corso sull’uso del minimalismo nell’arredamento degli ambienti scolastici. Alcuni studi sostengono che un ambiente minimalista può aiutare i bambini a concentrarsi meglio e a ridurre la distrazione, mentre altri sostengono che un ambiente troppo spoglio può essere poco stimolante e poco accogliente.

In generale, si può dire che una scuola minimalista può essere utile per creare un ambiente ordinato e funzionale, ma è importante anche considerare l’importanza di un ambiente stimolante e accogliente per i bambini in età prescolare.

In ogni caso, è importante che gli ambienti scolastici siano sicuri e funzionali, quindi è sempre meglio evitare decorazioni che possono essere pericolose o distraenti per i bambini.

Una nuova ricerca della Carnegie Mellon University dimostra che troppa quantità di una cosa pur buona può finire per compromettere l’attenzione e l’apprendimento dei bambini.

È stato condotto un esperimento su due gruppi di bambini, il primo in una stanza sovraccarica di stimoli visivi, e il secondo in una stanza con le pareti spoglie.
Ad entrambi i gruppi sono state presentate numerose immagini di oggetti e scene, come automobili, strumenti musicali e alberi, paesaggi. L’obiettivo dell’esperimento era quello di testare la capacità attentiva e di memoria dei due gruppi, invitando i bambini a riconoscere le sequenze delle immagini, e ad associare correttamente secondo nessi logici. Ebbene, al termine dell’esperimento è risultato inequivocabilmente che rispetto ai bambini nella stanza spoglia, i bambini nella stanza sovra-decorata hanno ottenuto risultati peggiori in tutti i test, il che suggerisce che troppi stimoli visivi possono essere una distrazione.

 

“Complessivamente, i risultati di questi studi indicano che i bambini potrebbero avere difficoltà ad ignorare i distrattori visivi quando questi fanno parte in modo stabile dell’ambiente circostante”, spiegano gli autori dello studio.

Questo non significa che le pareti dei nidi, o delle scuole, debbano essere lasciate completamente spoglie, anzi.

In un altro studio del 2015, un team di ricercatori in Gran Bretagna ha analizzato 153 aule e ha scoperto che gli studenti hanno dato migliori risultati quando le pareti avevano alcune decorazioni.

Queste considerazioni andrebbero tenute presenti quando ci accingiamo ad allestire decorazioni, pannelli o altra documentazione a parete:

 

come regola generale, il 20-50% dello spazio disponibile sulla parete deve essere tenuto vuoto “, hanno scritto i ricercatori.

Il primo passo nella semplificazione visiva è quello di lasciare entrare la luce naturale senza coprire le finestre con decorazioni, a meno che non si abbia un problema di abbagliamento o di eccessiva insolazione. Le pareti non devono essere necessariamente bianche o incolori, ma il consiglio è quello di scegliere alcune (poche) tinte guida alternandole a pareti “disattive”.

Ma qual è il tipo di decorazione migliore?

Le poche decorazioni vanno accuratamente scelte in base a motivazioni stagionali, oppure inerenti un progetto specifico, e in ogni caso è da privilegiare tutto ciò che documenta il lavoro, o meglio il processo effettuato dai bambini, come abbiamo già approfondito qui .


PER SAPERNE DI PIÙ: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia il corso: “DOCUMENTARE: LA TRACCIA DEL PENSATO E DELL’OSSERVATO AL NIDO”
 

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Mio, tutto mio, solo mio!

Mio, tutto mio, solo mio!

Con il termine egocentrismo si intende la tendenza, tipicamente infantile, a percepire se stessi come “centro del mondo”, ritenendo che ogni cosa che accade sia dovuta a noi o rivolta a noi e che esistano solo i propri bisogni.

Lo psicologo svizzero Jean Piaget usa il concetto di egocentrismo per riferirsi all’incapacità del bambino di distinguere il suo punto di vista da quello degli altri, ad esempio utilizzando informazioni e concetti di valore soggettivo come se avessero valore oggettivo e universale e dando per scontato che l’altro abbia il proprio stesso punto di vista e condivida le stesse conoscenze.

Il bambino inizia a dire “io” e “mio”, si sente una persona dotata di pensiero e volontà; gli oggetti che lo circondano sono tutti suoi. Piaget lo identifica come il periodo della visione egocentrica. Nel bambino emerge la capacità di riconoscersi come un essere separato e indipendente rispetto alle figure genitoriali.

Questa fase, che inizia di solito intorno ai 18/24 mesi, rappresenta il raggiungimento di un’importante tappa dello sviluppo psicologico di un bambino piccolo e coincide con l’acquisizione del fondamentale processo chiamato identificazione del sé, in cui si sviluppa il senso di possesso e la volontà di autoaffermazione.

Sempre intorno a questa età, il bambino inizia anche a fare uso delle tipiche espressioni verbali: il pronome personale “io” e la risposta “no” alle richieste degli adulti, ulteriori testimonianze di come gradualmente stia emergendo in lui una nuova volontà di autoaffermazione. La capacità di riconoscersi come un’entità separata e indipendente rispetto alle figure di accudimento – prime fra tutte, la mamma- è comunque ancora solo abbozzata in questa fase iniziale e il bambino, almeno per ora, continua percepire ciò che lo circonda come un prolungamento del proprio essere.

È proprio questa visione egocentrica a indurlo a ritenere che tutto quello che vede intorno a sé gli appartenga.

Saranno soprattutto le occasioni di incontro con gli altri bambini, che a partire da questa età divengono più frequenti, a fargli progressivamente superare la fase egocentrica tipica della prima infanzia. I bambini che frequentano il nido o che si ritrovano ai giardinetti, possono vivere momenti di tensione dovuta alla contesa di un gioco.

I bambini hanno bisogno di sperimentare anche il sentimento di gestione della frustrazione mediante il quale apprendono che non è sempre tutto loro, ma vi sono anche altri bambini con le stesse intenzioni ed esigenze.  Inoltre, anche il pianto di rabbia o di delusione rappresentano occasioni utili di confronto e di ragionamento, permettendo ai bambini di superare un po’ alla volta la fase egocentrica per apprendere le regole della vita sociale.

 


Per saperne di piu’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet di formazione per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “MIO MIO TUTTO MIO! EGOCENTRISMO E SOCIALIZZAZIONE AL NIDO

 

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Inclusione vs Integrazione

Inclusione o integrazione?

In molti contesti i termini “inclusione” e “integrazione” vengono utilizzati come sinonimi, ma in realtà c’è una differenza sostanziale, in teoria e in pratica.

L’integrazione si riferisce al processo di incorporare o di far partecipare un gruppo o individuo in una società o un ambiente esistente.

L’inclusione, d’altra parte, si riferisce alla creazione di un ambiente che accoglie e valorizza la diversità e le differenze tra le persone, promuovendo l’equità e la parità di opportunità.

In altre parole, l’integrazione è più focalizzata sul processo di incorporare un gruppo o individuo, mentre l’inclusione è più focalizzata sull’ambiente e sull’equità.

Che cosa ci viene in mente quando pensiamo alla parola “integrare”?

Dal vocabolario, integrare significa
“Rendere completo dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo”
 
Quando usiamo questo termine, sottintendiamo che il soggetto da integrare sia qualcosa di incompleto. Che sia un soggetto atipico che ha bisogno di un adattamento al contesto.
Prima o poi nel nostro lavoro di educatori e insegnanti incontriamo qual bambino o bambina particolare che, ad esempio, può presentare ritardi nel linguaggio, mentre presenta ottime capacità motorie. Può essere molto bravo/a a comporre un ‘puzzle’ o a giocare con il computer, ma avere problemi con le attività sociali come conversare o farsi degli amici. Può inoltre apprendere compiti difficili, ma non riuscire a impararne di facili.

L’integrazione considera questi bambini come dei soggetti che hanno delle difficoltà, dei deficit, e che devono coordinarsi e adeguarsi con il percorso normale e con gli insegnanti di classe.

Per far questo, nell’integrazione il curricolo viene semplificato, ridotto nei contenuti, prestando maggiore attenzione al prodotto.

INCLUSIONE vs INTEGRAZIONE

Quali obiettivi sono invece alla base del concetto di inclusione in ambito scolastico?

Inclusione nella scuola significa creare un ambiente educativo in cui tutti gli studenti, indipendentemente dalle loro differenze, siano accolti, valorizzati e supportati per raggiungere il loro pieno potenziale. Significa anche che tutti gli studenti hanno accesso alle stesse opportunità educative e che le loro esigenze individuali sono prese in considerazione nell’elaborazione delle lezioni e dei programmi.

L’inclusione nella scuola può anche significare la creazione di un ambiente in cui gli studenti possono esprimere la loro individualità senza essere giudicati o esclusi, e l’adozione di pratiche pedagogiche che promuovono il pensiero critico e l’empatia. Inoltre, l’inclusione nella scuola significa anche lavorare per eliminare le barriere socioeconomiche e culturali che possono limitare l’accesso all’istruzione.

PER SAPERNE DI PIU’: il corso “IL COORDINATORE E L’INCLUSIONE DEI BAMBINI CON DISABILITA’ “

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Metodo Montessori: L’educatore che fa un passo indietro

Metodo Montessori: L’educatore che fa un passo indietro

Secondo la filosofia Montessori il bambino non è un vaso vuoto in cui l’adulto debba infilare nozioni, concetti e abilità: il bambino è un essere pieno di potenzialità, che contiene già in sé le proprie abilità. Il compito dell’adulto è quello di aiutarlo a tirarle fuori.

Errare per imparare

L’insegnante è la figura che media fra il bambino, l’ambiente e i materiali, la sua azione non è mai impositiva, nè giudicante. Non esistono voti nè compiti in classe nella scuola montessoriana, e non esiste “hai sbagliato”.

L’errore fa parte del percorso formativo e di crescita di tutti gli individui: da sempre l’uomo si è evoluto per tentativi ed errori. Partendo da un’intuizione, sottoponendola a prova, attraverso l’esperienza che si acquisisce man mano che si cresce e si impara dagli errori. 

Se però l’adulto blocca nei bambini questo processo, impedisce loro di mettere alla prova il loro ingegno, la loro capacità di risolvere i problemi, di trovare soluzioni. 

La vera educazione non è quella impartita dal maestro, ma è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo, e si acquisisce non ascoltando le parole, ma mediante l’esperienza diretta del mondo circostante.

La risposta che dovremmo dare non è la soluzione, ma aiutarli a formulare le loro ipotesi per poi provare a verificarle insieme.

 

Fare un passo indietro

Il ruolo dell’insegnante/educatore secondo la pedagogia montessoriana è assai diverso da quello di un’insegnante tradizionale.

Il compito del maestro è dunque di preparare una serie di spunti e di incentivi all’attività culturale, distribuiti in un ambiente espressamente preparato, per poi astenersi da ogni intervento diretto o troppo invadente.

I maestri non possono fare altro che assistere alla grande opera mentre si compie sotto i loro occhi, come i servi aiutano il padrone. Cosi facendo assisteranno allo sviluppo dell’anima umana.

 

Quando la Montessori parla di fare un passo indietro, non intende certo sminuire il ruolo dell’educatore: anzi, si tratta di un ruolo molto importante.

L’educatore, facendo un passo indietro, supporta il bambino nel cammino dell’autonomia accogliendo e assecondando la sua spinta a “fare da solo” e lo sostiene in molti modi:

  • lo guida nella comprensione del mondo
  • lo incoraggia nel prendersi cura di sé, nel rispettare le altre persone e l’ambiente circostante
  • gli fornisce gli strumenti adatti alla sua età per sperimentare, concentrarsi e lavorare con le mani
  • mette a sua disposizione il materiale e l’ambiente adatto a lui

PER SAPERNE DI PIU’: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatori di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia, il corso “IL RUOLO DELL’ADULTO MONTESSORI

 

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Leggere immagini per costruire l’immaginario

Leggere immagini per costruire l’immaginario

Le immagini sono le prime cose che i bambini imparano a leggere fin da neonati: imparano prestissimo a decodificarle, e un po’ alla volta il processo di decodifica diventa automatico e veloce.

Quando leggiamo un libro ai bambini piccoli, per loro lettere e parole non hanno ancora significato, e la voce del lettore serve loro da guida per dare un senso alle immagini che vedono illustrate sul libro. Per questo, nei primi anni di vita, la lettura per immagini è un ausilio estremamente importante per costruire l’immaginario dei bambini.

 

Negli ultimi cento anni l’idea di lettura è stata strettamente collegata al concetto di alfabetizzazione; … imparare a leggere… significava imparare a leggere parole … Ma studi recenti hanno mostrato che la lettura delle parole è solo una parte di un’attività umana molto più ampia che include la decodificazione dei simboli e l’integrazione e organizzazione dei dati… In sostanza la lettura – nel senso più generale del termine – può essere considerata una forma di attività percettiva. Leggere parole è una delle manifestazioni di questa attività, ma ne esistono molte altre: lettura di immagini, mappe, schemi di circuiti elettronici, note musicali…
T. Wolf

I bambini elaborano il proprio immaginario partendo da un bagaglio di immagini, sulle quali costruiscono le proprie narrazioni di esperienze vissute, le proprie storie. Le immagini rappresentano quindi i “mattoncini” per la costruzione delle fondamenta dell’immaginario per i bambini, come se fossero dei lego che, componendosi in mille modi, creano uno scenario.

Per immaginare, la mente ha bisogno di immagini

Bruno Tognolini

Attraverso le immagini i bambini trovano un modo diverso per comprendere un messaggio, mettendo in moto gli stessi meccanismi della lettura, però senza la difficoltà del riconoscimento del segno grafico delle lettere.

Questa capacità di leggere le immagini costituirà in seguito una base preziosa per implementare l’immaginazione mentale, che a sua volta spiega la variabilità individuale nello sviluppo della lettura.

In sostanza quindi: i bambini abituati fin da piccoli a leggere immagini, sapranno costruirsi un bagaglio di immagini da utilizzare per creare il loro immaginario, che a sua volta è un’importante capacità utile per la lettura vera e propria.

Uno studio ha infatti dimostrato che i bambini che leggono meglio sono quelli che costruiscono immagini mentali mentre leggono un testo: utilizzando la conoscenza pregressa e le esperienze precedenti, i piccoli lettori collegano la scrittura dell’autore ad un’immagine o uno scenario immaginario personale. I bambini  che non hanno questa facoltà ,  al contrario, affanno più fatica a collegare il segno grafico delle parole lette al loro significato. È come se, leggendo la parola “montagna”, non riuscissimo ad immaginare di che cosa si tratta.

Dunque le illustrazioni e le parole di un libro illustrato lavorano insieme per raccontare una storia e come incorporare questi elementi nella lettura della storia migliora l’apprendimento e l’amore per la lettura di un bambino.

Importantissimo quindi offrire ai bambini molteplici possibilità di riempire il loro bagaglio di immagini varie, come il costruttore di castelli in costruzioni ha bisogno di mattoncini di vari colori, forme e dimensioni per realizzare la sua opera.

Ma come?

Offrendo loro fin dai primi mesi l’occasione di giocare con le immagini, ad esempio. Collezionando immagini significative a cui i bambini, ancora piccolissimi, possono associare momenti importanti della loro giornata. Costruendo dei libretti con le fotografie degli oggetti o delle situazioni che amano: il peluche preferito, la ciotolina della pappa, la vaschetta del bagnetto.

Ed inoltre, leggendo leggendo leggendo: per i bambini una delle principali fonti di immagini è rappresentata dalla lettura di libri illustrati, in cui le figure commentano ed integrano il testo (quando addirittura non lo sostituiscono ).

Negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, è  molto importante che i bambini possano accedere ad un assortimento di libri illustrati, da utilizzare insieme ad un adulto (educatore,  insegnante..) o  ai coetanei.


PER SAPERNE DI PIÙ: dal catalogo dei corsi Zeroseiplanet per educatrici di asilo nido e insegnanti di scuola dell’infanzia il corso: “LIBRIAMOCI! CORSO SULLA LETTURA AD ALTA VOCE

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Progetto pittura in verticale

Progetto pittura verticale

La pittura verticale permette al bambino di sperimentare il colore in una nuova dimensione spaziale, compiendo movimenti complessi che riguardano tutte le parti del corpo, e che pertanto richiedono una coordinazione particolare. Attraverso attività psico-motorie che coinvolgono diverse parti del corpo, il bambino affina le capacità senso-percettive dello stesso, consolidando l’acquisizione dell’intero schema corporeo. In particolare, le attività che si svolgono in verticale (sulla parete o su un supporto posto verticalmente) sono importanti perchè influiscono su molteplici aspetti: in generale sullo sviluppo motorio, e in particolare sullo sviluppo del micro-movimento e su quello del grande movimento: il micro-movimento per ciò che concerne la necessità di conseguire una buona competenza psicomotoria degli arti superiori e delle mani, gli altri tipi di attività per una coscienza corporea più generale e per una acquisizione della interezza del corpo come protagonista di ciò che si sta eseguendo.

Laboratorio di pittura in verticale al nido e alla scuola dell’infanzia

Tutti i bambini amano disegnare e lasciare tracce, con qualsiasi materiale che capiti loro a tiro: pastelli a cera, pennarelli e pennelli, sassi, bastoncini, terra… Spesso però hanno difficoltà di concentrazione e fanno fatica a stare seduti per tutto il tempo dell’attività, spesso sono proprio scomodi perchè per loro i gesti che devono compiere per disegnare o pitturare da seduti sono davvero difficili. Proviamo allora ad agevolarli e a farli disegnare da in piedi. Come? Attraverso la pittura in verticale.

Se invece di proporre il supporto su cui dipingere nella solita modalità orizzontale sui tavoli, si pensa di modificare la sua posizione ponendolo in verticale (a muro o su un cavalletto inclinato), si darà la possibilità ai bambini di sperimentare diverse condizioni di possesso dello spazio grafico e soprattutto di sviluppare diverse strategie di regolazione delle proprie capacità manuali e gestuali: diversi modi di orientare il braccio, di tenere lo strumento con il quale pitturano rispetto al supporto.

Pittura in verticale su vetro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come organizzare il laboratorio

Dove disporre il supporto: a muro, su un pannello, su un cavalletto inclinato, sulle vetrate, su un supporto al centro della stanza così da permettere il disegno sui due lati…

Come disporre il supporto: è importante che il bambino sia libero di sceglierne la disposizione (verticale o orizzontale). Lo spazio verticale corrisponde a quello del bambino che vi si proietta dentro (e infatti è l’inquadratura più pertinente al ritratto), quello orizzontale (che corrisponde al paesaggio) esprime una sensazione di indefinito.

Scelta del materiale su cui disegnare/dipingere: carta, cartone, tela, plastica, cellophane, vetro… la scelta dei tipi di supporto è vasta. Il materiale scelto può avere infinite proprietà e va proposto come materiale da esplorare: la carta, ad esempio, a seconda della sua porosità e finitura può essere interessante da indagare nelle sue diverse possibilità, non solo dipingendola, ma anche strappandola, lacerandola, imbevendola, incollandone dei pezzetti. Oppure può essere usata a sua volta come mezzo tracciante, come una specie di spugna, uno stampino. Analogo discorso per materiali diversi, come la plastica o il vetro, su cui il colore gocciola e scorre anzichè essere imbevuto, e così via: il colore può essere più o meno assorbito a seconda delle proprietà delle superfici che incontra. Teniamo presente che, soprattutto se i bambini useranno le mani, alle sensazioni visive si accompagneranno sensazioni tattili, per via della percezione sinestetica (significa la percezione attraverso più sensi in contemporanea), forte nel bambino piccolo.

Scelta dell’oggetto per tracciare: Il colore produce determinate tracce a seconda dell’oggetto/strumento scelto per tracciare: anche in questo caso è necessario proporre una grande varietà di oggetti e strumenti, dai semplici pastelli ai pennelli, stampini, spugne, ma anche strumenti non convenzionali come materiali naturali (foglie, muschio, terra, etc.) o strumenti come cotton fiocc, spruzzini, rulli…

Alcune importanti obiettivi psicomotori che si possono conseguire attraverso le attività di pittura svolte in verticale:

  • Stabilità dell’articolazione della spalla e del gomito

L’utilizzo di superfici verticali più grandi consentono ai bambini di utilizzare movimenti di braccio più grandi che incoraggiano la forza e la flessibilità nelle articolazioni e nei muscoli delle estremità superiori. Anche la mano esercita una certa forza in quanto funziona contro la gravità per continuare a produrre linee verticali, orizzontali e diagonali.

  • Coordinamento bilaterale

Alcune tecniche, come tracciare un oggetto, utilizzare uno stencil, o anche solo stabilizzare la carta  su una superficie verticale richiedono l’uso di entrambe le mani (una mano traccia, una tiene). Questo sviluppa il coordinamento bilaterale.

  • Incrociare la linea mediana del corpo

Quando un bambino scrive o disegna su una grande superficie verticale, deve attraversare la linea mediana del suo corpo con la mano dominante per raggiungere tutti gli spazi. Questo movimento è molto utile per i bambini che hanno difficoltà con l’attraversamento della linea mediana corporea e aiuta a stabilire un forte controllo del movimento delle mani.

  • Estensione del polso / presa della matita

La pittura verticale richiede che il polso sia posto in una posizione estesa che incoraggia la stabilizzazione della mano per una migliore presa e controllo degli strumenti utilizzati.

  • Attenzione visiva e coordinamento oculomanuale

Lavorare su una superficie verticale porta l’attività più vicino agli occhi del bambino. Questo aiuta i bambini che hanno difficoltà a mantenere l’attenzione visiva sulle attività e può contribuire a favorire la coordinazione oculo-manuale.

  • Consapevolezza spaziale-topologica

Quando un bambino lavora su una superficie verticale, soprattutto se questa è di grandi dimensioni, comprende in modo più semplice i termini direzionali (su, giù, a sinistra, a destra) perché il bambino può relazionare questi termini ai movimenti del proprio corpo, acquisendo in modo più facile le nozioni topologiche  principali .

 


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Un decalogo per lavorare meglio al nido

Un decalogo per lavorare meglio al nido

Un decalogo per lavorare meglio al nido

È fondamentale che i servizi educativi dispongano di educatori e insegnanti che siano motivati e che apprezzino il proprio lavoro, poiché ciò garantirà una buona fidelizzazione del personale e avrà un impatto positivo sullo sviluppo e sul benessere dei bambini.

Alcuni suggerimenti su come far sentire valorizzato il personale dei servizi educativi:

1. Avere una visione

Qualsiasi servizio educativo di successo ha bisogno di una visione chiara che consenta ai dipendenti di comprendere appieno in che cosa crede l’organizzazione, quali sono i suoi valori fondanti e i suoi obiettivi futuri. Educatori e insegnanti sono impegnati “in prima linea”, ed è importante che si colleghino con l’organizzazione e i suoi valori.

2. Comunicare in modo efficace

Una comunicazione efficace è di vitale importanza per mantenere e sviluppare il coinvolgimento degli educatori e insegnanti. Come? Supportando la comunicazione in vari modi, ne parliamo nei nostri corsi sulla Comunicazione >>

3. Dare valore alle persone

Educatori e insegnanti​ devono sentirsi apprezzati all’interno dei loro team e per il contributo che danno all’ organizzazione e alla qualità del servizio educativo.

4. Fornire opportunità di sviluppo professionale

Questo punto è particolarmente importante nel settore dei servizi educativi, dove legislazione e requisiti sono in continua evoluzione. E’ importante che educatori e insegnanti abbiano accesso a una formazione regolare che vada oltre la loro formazione obbligatoria.

5. Fornire gli strumenti giusti per svolgere il lavoro

L’investimento continuo nei servizi educativi è una parte importante per mantenere la qualità del servizio.

Al tempo stesso, garantire che Educatori e Insegnanti abbiano gli strumenti giusti per svolgere i loro ruoli in modo efficace, rende l’ambiente in cui lavorare molto piacevole.

6. Riconoscere il contributo e il servizio degli educatori e insegnanti

Il riconoscimento è un aspetto importante della nostra vita lavorativa. E’ importante che educatori e insegnanti sentano riconosciuto il servizio che forniscono e il contributo continuo che danno all’organizzazione in generale. 

7. Guidare con l’esempio

I dirigenti, gestori, coordinatori di qualsiasi servizio educativo devono incarnare loro stessi per primi la visione, le convinzioni e l’etica del nido o della scuola, e devono essere loro stessi l’esempio in tutto ciò che fanno. Educatori e insegnanti devono essere in grado di vedere coloro che li guidano e coordinano come sostenitori dei valori del servizio educativo. Non dare l’esempio può causare disimpegno.

8. Investire nei futuri “leader”

Come in ogni organizzazione, anche negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia investire su educatori e insegnanti attraverso la formazione, le opportunità di sviluppo professionale e il mentoring è un aspetto da non trascurare.

9. Dare voce a tutti

Educatori e insegnanti sono le persone che nei servizi educativi hanno una vasta conoscenza ed esperienza pratica. Ma anche gli operatori che spesso non appaiono “in prima linea” nel servizio, come cuoche, ausiliarie, personale amministrativo, hanno tanto da dire, ed è importante che venga loro data la possibilità di essere ascoltati, contribuendo al coinvolgimento di tutti su vari aspetti: riconoscimenti della qualità del servizio, ma anche cambiamenti suggeriti.

10. Divertirsi!

Se ami quello che fai ti sembra più di un lavoro. Trascorriamo troppo tempo nei nostri luoghi di lavoro per non godere di ciò che facciamo. Un po’ di leggerezza e di impertinenza rende il clima lavorativo, in un settore che a volte è a rischio di burnout, più piacevole, giocoso, confortevole.

 

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Emozioni censurate e disturbi psicosomatici nei bambini

Emozioni censurate e disturbi psicosomatici nei bambini

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Quante volte incontriamo bambini che lamentano cefalea, dermatiti, asma e disturbi gastrointestinali? Bambini che sistematicamente vomitano tutte le mattine prima di andare a scuola, o che hanno il corpo ricoperto di eczemi? Quando queste patologie non hanno una causa organica ma funzionale, ovvero l’organo colpito è sano ma si altera nella sua funzione per via di un disagio psichico, inespresso o non riconosciuto, che si riflette nel corpo, allora parliamo di disturbi psicosomatici (PDM-Manuale Diagnostico Psicodinamico) (2006) ), molto comuni durante l’infanzia.

I bambini spesso non sono in grado di utilizzare il linguaggio per esprimere il loro disagio psichico, o semplicemente per dare un nome a quell’emozione spiacevole che avvertono, e allora il corpo diventa il principale veicolo di espressione del dolore psichico.

Sembra incredibile che uno stato psichico possa tradursi in un effetto fisico in maniera così prepotente sul corpo? ma questi disturbi psicosomatici non sono affatto malori inventati dalla mente di un bambino capriccioso che non vuole andare a scuola! Si tratta di un SOS reale, inviato dal corpo che ci vuole comunicare qualcosa che il bambino prova, qualcosa di sgradevole: paura, angoscia, rabbia non espresse… Sintomi reali che esigono di essere ascoltati.

Il bambino ha bisogno che quel sintomo venga riconosciuto, e che l’emozione sottostante a quelle sensazioni corporee possa, finalmente, essere legittimata ed espressa “a parole”. Altrimenti, non trovando un canale nel riconoscimento mentale e nell’espressione comunicativa queste emozioni devono per forza trovare uno sbocco diverso, corporeo e finiscono per essere somatizzate.

Perchè tutto parte da lì: dal sottile rapporto tra mente, corpo e cervello e, specialmente quando si parla di bambini, dalla relazione che nasce nell’interazione con la principale figura di accudimento, generalmente la madre. La modulazione degli affetti ricopre un ruolo cruciale nella nostra vita.

L’ abilità dell’educatore sta nel comprendere lo stato interno del bambino e sintonizzarsi con esso. Possiamo aiutare i bambini a comprendere a poco a poco che quando avvertono determinate sensazioni corporee, queste saranno ascrivibili a determinate emozioni che dapprima possono essere riconosciute, poi manifestate e verbalizzate.

E soprattutto, che le emozioni non vanno censurate, perchè sono proprio le emozioni nascoste che vengono somatizzate.

La grande conquista per lo sviluppo di un’integrazione psicosomatica, cioè l’integrazione tra il Sé corporeo e il Sé emotivo in un Sé coeso, tanto fisico quanto psichico, passa attraverso emozioni che devono essere vissute, manifestate, esplicitate: il bambino ha bisogno che quel sintomo venga riconosciuto, e che l’emozione sottostante a quelle sensazioni corporee possa, finalmente, essere legittimata ed espressa “a parole”.

 

Per saperne di più: corso “LA FORZA DELLE EMOZIONI: LA COMPETENZA EMOTIVA AL NIDO

 

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Organizziamo gli spazi della sezione lattanti

Organizziamo gli spazi della sezione lattanti

Nel progetto educativo che ciascuna struttura per l’infanzia adotta, è fondamentale indicare anche l’organizzazione interna del servizio, e in particolare la sua suddivisione in sezioni.

Per “sezione” si intende un gruppo di bambini di età omogenea, con una propria educatrice di riferimento, con un percorso educativo specifico studiato sulla fascia d’età. E’ possibile ovviamente una intersezione programmata con altri gruppi di bambini, ovvero la condivisione di attività in base alla programmazione didattica all’interno del nido.

 

 

Di solito si possono prevedere 3 gruppi omogenei di bambini all’interno del nido:

  • i lattanti (fino ai 12 mesi)
  • i semidivezzi (12-23 mesi)
  • i divezzi (dai 24 mesi)

La sezione dei lattanti non sempre è presente all’interno del nido, per diversi  motivi.

Innanzitutto perché comporta alcune difficoltà organizzative a cui non tutte le strutture sono in grado di far fronte, in particolare per quanto riguarda gli spazi e le attrezzature del nido.

Inoltre, dal punto di vista economico è sicuramente la sezione più costosa per la gestione, a causa del rapporto educatrice/bambini molto alto (in media 1 educatrice ogni 4-6 bambini, a seconda della regione), e della bassa frequenza di iscrizione: le mamme, se non costrette al rientro immediato al posto di lavoro entro tre mesi dal parto, preferiscono statisticamente usufruire dei congedi parentali fino al 9° – 12° mese di vita del bambino. E’ molto difficile infatti separarsi da un bimbo molto piccolo, ed affidarlo ad una struttura “extrafamiliare”; spesso le famiglie preferiscono optare per una baby sitter  che accudisca i piccoli nel loro ambiente domestico, almeno fino all’anno di età.

Ciononostante, la presenza di una sezione lattanti è sempre importante per un asilo nido di qualità, anche se dimensionata per pochi bambini.

E’ importante sottolineare che la sezione lattanti è una sezione a sé, sia per quanto riguarda gli spazi necessari, sia per quanto riguarda l’organizzazione interna, considerando come prioritario il rispetto delle esigenze e dei tempi dei bambini sotto l’anno d’età.

Vediamo quindi come organizzare al meglio questo importante servizio, a partire da alcuni spunti per individuare ed arredare gli spazi necessari.

 

SPAZI PER LA SEZIONE LATTANTI

Se il nido accoglie anche bambini lattanti è necessario prevedere degli spazi dedicati, in aggiunta a quelli già presenti per le sezioni dei semidivezzi e dei divezzi.

Gli spazi necessari per la sezione lattanti sono i seguenti:

  1. Un soggiorno (stanza attività) e una zona per l’alimentazione, separati da quelli delle altre sezioni.
  2. Una stanza per il riposo in ambiente separato
  3. Una cucinetta per la preparazione delle pappe (o una zona specifica all’interno della cucina esistente), direttamente comunicante con la zona per il pranzo lattanti.

Ribadiamo che gli spazi necessari per tali funzioni dovranno essere separati rispetto agli spazi per il gruppo dei divezzi.

Il soggiorno dei lattanti preferibilmente sarà contiguo e comunicante con gli spazi di soggiorno dei gruppi di bambini di età maggiore.

ARREDAMENTO DELLA SEZIONE LATTANTI

I lattanti e i semidivezzi, che non si sanno ancora spostare da soli e hanno pochissima autonomia, necessitano di un ambiente particolarmente studiato e di rapporti personali specifici. Fondamentali sono lo spazio, che deve permettere di muoversi gattonando, e gli arredi, che devono offrire sostegni cui aggrapparsi per iniziare a camminare (il mobile primi passi è adattissimo per questo tipo di esplorazione motoria). Risulta inoltre indispensabile avere spazi per il sonno e per la veglia attigui fra loro, per poter assecondare le esigenze e i tempi, spesso molto differenti, di ogni bambino.

La sezione lattanti, così come le altre sezioni del nido, va organizzata in angoli strutturati, quali ad esempio:

Angolo del morbido

Offre ai bambini che non sanno ancora camminare la possibilità di muoversi senza incontrare pericoli ed ostacoli. Si propone come un nido nel quale muoversi per esplorare, ma anche nel quale rannicchiarsi per ascoltare una musica o essere cullati. Un tappeto di gommapiuma rivestito di materiale lavabile e qualche cuscino senza parti che si staccano (come bottoni o ganci), suggeriscono l’idea di quest’angolo, dove è piacevole anche ritrovare oggetti e animali di panno e di peluche.

Materiali

Animali e forme di materiale morbido (peluche, velluto, cotone), coperte, tappeti tattili e sonori, mobile colorati, cuscini, sagome giganti in gommapiuma.

Angolo dei giochi di grande motricità

Propone arredi funzionali ai bisogni dei bambini che incominciano a muoversi per conoscere ed esplorare l’ambiente che li circonda. Arredi come il mobile primi passi, ricco di maniglie, sostegni e oggetti che attirano l’attenzione del bambino, favoriscono l’esplorazione dello spazio, la stazione eretta e i primi movimenti autonomi.

Materiali

Mobile primi passi, passeggini, piccola palestrina, spingi e cammina, cavalcabili, tappeti in gomma piuma, forme modulari in gommapiuma (scaletta, scivolo, cilindro, onde, ponte, semicilindro), piscina con le palline.

Angolo dello specchio

Questo angolo suggerisce moltissime esperienze di gioco alla scoperta della propria immagine e di quella dei compagni. Cercare di catturare l’immagine che lo specchio rimanda, vedersi e riconoscersi, è un gioco che meraviglia e appassiona anche i più piccoli. Lo specchio deve essere ben appeso alla parete e costruito in modo da poter resistere ai continui colpi dei bambini. La presenza di più specchi (appesi alle pareti o fissati sul pavimento) può aumentare notevolmente le possibilità dell’angolo.

Materiali

Specchio antisfondamento da parete o da pavimento, carte lucide, tappeto.

Angolo del fasciatoio

Nella sezione dei più piccoli è uno dei luoghi dove si trascorre più tempo. In questo spazio, mentre procedono le operazioni di pulizia, il contatto corporeo e quello visivo sono molto intensi e permettono il costruirsi di relazioni molto significative tra il bambino e l’adulto che se ne prende cura. Immagini colorate attaccate alle pareti e piccoli oggetti appesi al soffitto servono per attirare l’attenzione del bambino e diventano argomenti di dialogo.

Materiali

Fasciatolo, attrezzatura per l’igiene (pannolini, creme…), armadietti, carillon, mobiles, pupazzetti lavabili, sonagli.

Angolo dei tesori

In questo spazio trovano posto, in una grande cesta dai bordi bassi, giocattoli da proporre ai bambini molto piccoli per suscitare la loro attenzione, al loro meraviglia e curiosità. Si tratta di oggetti facili da prendere in mano, che i bambini possono portare alla bocca senza pericolo e che incuriosiscono per la forma, il colore o il rumore.

Materiali

Una grande cesta dai bordi bassi, oggetti di materiali diversi (ferro, legno plastica, stoffa, peluches), giocattoli, animali, bambole, pupazzi, carillon, trainabili in plastica insieme a oggetti di uso quotidiano.

Zona soggiorno e pranzo. Per la somministrazione del pasto e per i brevi, ma frequenti momenti di riposo, sono necessari seggioloni e infant seats (seggioline).

Il seggiolone deve avere struttura robusta e stabile, e deve permettere la seduta in completa sicurezza del bambino. Il sedile deve essere imbottito con schienale fisso o reclinabile, con cinture robuste che trattengano il bambino senza impedirne i movimenti. Il piano di appoggio, se previsto, deve essere ampio, non rovesciabile dal bambino e regolabile.

Per la pappa possono essere utilizzati seggioloni bassi a livello del tavolo, che di solito è semicircolare per agevolare le operazioni da parte dell’educatrice che siede al centro e può così controllare meglio il piccolo gruppo di bambini.

La seggiolina per i più piccoli, o infant-seat, è fatta di plastica foderata con un materassino imbottito, spesso con lo schienale reclinabile in più posizioni (una variante è la sdraietta): deve garantire il sostegno e il contenimento della schiena posteriormente e ai lati. Inoltre deve avere una struttura portante rigida, con larga base di appoggio e deve essere fornita di cintura di sicurezza.

Non deve mai essere collocarla su piani alti (tavolini o altri mobili) per evitare le possibili e frequenti cadute.

Stanza della nanna.

I lettini per la sezione lattanti devono essere solidi, ampio (130 x 60 cm) e costruiti con materiali atossici. Per la sicurezza del bambino, il lettino deve avere sbarre verticali a margini arrotondati, e distanziate di circa 7,5 cm per non consentire al piccolo di infilare la testa fra le doghe. Per la regolazione delle sponde laterali ci devono essere fermi di sicurezza, che ne impediscano l’azionamento al bambino. Il materasso deve essere rigido, privo di avvallamenti e di irregolarità, di dimensione esatta per il lettino (senza spazi laterali fra il bordo e la sponda), alto 10-15 cm, costituito da fibre naturali come cotone o lana. È meglio scegliere una rete a doghe in legno, rigida e indeformabile. Infatti quella metallica tende ad incurvarsi con l’uso e il passare del tempo e quella con l’asse unico in legno non permette un adeguato ricambio d’aria.

 

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Written by Zeroseiplanet Formazione e consulenza per i servizi educativi 06

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Datemi tempo nell’ambientamento al nido

Uno dei passi più importanti per un bambino e per i suoi genitori, è l’ingresso “sociale” nel nido o nella scuola dell’infanzia, che segna l’inizio di una nuova avventura e, per i genitori, l’avvio di una serie di riflessioni, domande, dubbi e perplessità del tutto legittimi e naturali. ”Sarà una scelta giusta? Come ci dobbiamo comportare i primi giorni?  E se ci dovesse mettere tanto a prendere fiducia nel nuovo ambiente?”

Affrontare l’inserimento e l’ambientamento al nido con serenità e, perchè no, anche con entusiasmo è possibile: i bambini potrebbero anche sorprenderci con le loro reazioni positive. In fondo il nuovo ambiente è un luogo tutto da scoprire ed esplorare, e i primi giorni sono segnati sì dalla separazione, ma anche da nuovi interessanti incontri.

In ogni caso dobbiamo considerare come reazione assolutamente normale che un bambino manifesti una certa resistenza verso una situazione che non conosce. Così come è normale che possa metterci più tempo del previsto ad abituarsi e ad accettare che i genitori non ci siano per aiutarlo a prendere confidenza con il nuovo ambiente.  L’importante è un ambientamento graduale, senza forzare i tempi, ricordando che ogni bambino è diverso dall’altro e che i tempi richiesti da ciascuno possono differire: per questo è importante che il nido o la scuola dell’infanzia adottino una metodologia di inserimento e ambientamento che possa essere adeguata e personalizzata per ciascun bambino.

 

Il nido non può essere un buon nido se rivolge la sua attenzione solo ai bambini; l’incastro tra l’opera dell’educatore e quella dei genitori è indispensabile, un incastro che non deve essere né invadenza, né una delega, ma un maturo ed esplicito equilibrio tra gli elementi.
Walter Fornasa

Lo stesso per quanto riguarda il tempo richiesto ai genitori per affiancare il bambino durante l’ambientamento: è un tempo che va concordato insieme, mai rigidamente definito, perchè ricordiamo che anche i genitori “si ambientano” al nido, acquistano fiducia nell’ambiente e nelle figure educative alle quali affidano il loro cucciolo, e gradualmente risolvono dubbi e incertezze. Il risultato è quello di una maggiore serenità nel distacco con il loro bambino, serenità che si trasmette anche ai piccoli e quindi li aiuta a loro volta ad affrontare il passaggio.

Se al bambino vengono dati i tempi giusti per ambientarsi, gradualmente si accorgerà che entrare al nido vuol dire essere accolto in un luogo che conosce e nel quale è riconosciuto, dove incontra opportunità e sicurezza, perché ha il tempo di orientarsi, capire, sentirsi capace e competente per agire con autonomia e sa di avere accanto a sé adulti in grado di interpretare i suoi bisogni e di offrire sostegno e attenzioni individualizzate.

Possiamo definire una durata indicativa del periodo di ambientamento, ma dobbiamo anche tener presente che in itinere può variare a seconda della reazione del bambino alla nuova situazione ed al tempo che gli occorre per conoscere i nuovi spazi, accettare i nuovi giochi, i compagni ed “attaccarsi ” ai nuovi adulti. Talvolta può essere necessario anche “fare qualche passo indietrorallentando i tempi previsti, poiché la fretta di concludere l’ambientamento e lasciare il bambino per tempi lunghi all’asilo nido può compromettere la positiva accettazione della nuova esperienza.

Perchè usiamo diversi termini per parlare di questo momento delicato?

Il termine “inserimento” significa immettere, introdurre. Questo presuppone, quando parliamo di “inserimento”, che il ruolo del bambino sia passivo quindi sia l’adulto (genitore ed educatore) che inserisce il bambino in un nuovo contesto. E’ il termine tradizionalmente usato nei testi pedagogici del passato, termine che è stato gradualmente sostituito, nell’uso e soprattutto nella valenza significativa, dal termine “ambientamento”.

Il termine “ambientamento”, letteralmente significa adattarsi ad un ambiente. E’ un passaggio graduale del bambino da un contesto familiare conosciuto ad un contesto più ampio da conoscere. Quindi il termine ambientamento mette il bambino al centro: il bambino ha un ruolo attivo nel suo adattarsi (ambientarsi) al nuovo contesto, essendo l’adulto un mezzo tra il bambino e l’ambiente.

 

Suggerimenti in libreria:

A PIÙ TARDI!

Un libro che racconta attraverso immagini e parole rassicuranti, i grandi baci della mattina, i giocattoli, i compagni, la pittura, il vasino, il sonnellino, i litigi e le coccole, la stanchezza della sera e… la felicità di ritrovarsi!

Edizioni Babalibri     lo trovate qui >>>

 

 

 

POI LA MAMMA TORNA di Alessandra Bortolotti

Ma come si gestisce il distacco e il senso di colpa dei genitori e soprattutto delle madri? Qual è il punto di vista del bambino quando si trova in un ambiente del tutto nuovo senza quelle che sono abitudini già consolidate tra le mura domestiche?

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AMBIENTAMENTO PARTECIPATO AL NIDO IN 3 GIORNI

 

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